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LETTURE/ "Lettera a Hitler", il Giusto non è un eroe

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Adolf Hitler (1889-1945) (Immagine dal web)  Adolf Hitler (1889-1945) (Immagine dal web)

Bejski fu un magistrato israeliano — l'ultimo mestiere di un uomo dalla vita tragica e avventurosa, aiutato a sfuggire ai nazisti da Oskar Schindler — che presiedette la Commissione israeliana dei giusti, dove fece prevalere la concezione del giusto come persona che ha agito secondo la propria coscienza, non importa che non fosse sempre e in tutto un santo. Questa semplice idea ha consentito di allungare di molto l'elenco dei Giusti, sottraendone la definizione alle ideologie e ai moralismi. 

Nella ricerca di Gabriele Nissim il giusto non è un santo, non è un eroe: è una persona a volte piena di ombre, di ambiguità, di compromissioni, di cecità intellettuali, spesso egoista, talora dedito più alla propria autoaffermazione che agli interessi dell'umanità. E che, al momento "giusto", sceglie, spesso "insensatamente", di stare dalla parte del Bene. E', appunto, la "bontà insensata, il segreto degli uomini giusti", che dà il titolo a un libro di Nissim del 2010. Nei libri di Nissim, i giusti non sono soltanto coloro che hanno salvato gli ebrei dall'Olocausto, ma anche gli uomini e le donne che hanno combattuto contro le politiche di genocidio. Giusto è Khaled Asaad, l'archeologo che ha difeso fino all'ultimo contro i fondamentalisti dell'Isis il sito di Palmira. 

Così, dunque, anche Armin Wegner è un "giusto", oscillante tra generosità e narcisismi, pronto a scrivere una lettera suicida a Hitler, ma anche un memoriale ambiguo di autodifesa per uscire dalle prigioni hitleriane. Soprattutto cieco di fronte al destino che attende gli ebrei, mentre Lola Landau, l'ebrea che lui ha sposato, più lungimirante, analogamente a Hannah Arendt, lo invita ad andarsene insieme dalla Germania per proteggere sé stesso e la propria famiglia. Lo farà, alla fine, dopo aver divorziato da Lola, che aveva lasciato la Germania con i suoi tre figli nel 1936, perché costretto dalla persecuzione personale, cui si è esposto, rimanendo tuttavia per una fase irrazionalmente fiducioso nella possibilità che si potesse combattere il nazismo nel nome dell'identità tedesca.  

Il libro non nasce solo da ricerche negli archivi a tavolino. Alle spalle ha una lunga frequentazione con Johanna Wernicke-Rothmayer, giovane segretaria ventenne di Wegner a Roma nel 1964-65, oggi presidente della Fondazione intitolata allo scrittore. Nel libro Johanna compare come alias retorico dell'Autore nel porre domande e avanzare dubbi. Il quale ha anche avuto un lungo confronto con Mischa — il figlio che Armin Wegner ha avuto con Irene Kowaliska, apprezzata ceramista che ha operato in Italia tra Vietri, Positano e Roma — e con Sibylle Stevens, la sorella di Lola Landau. Il risultato è un libro educativo, che ricompone frammenti di storie personali e collettive sconosciute del '900.



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