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LETTURE/ Hadjadj, che cos'è una famiglia e che cosa la uccide

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Fabrice Hajadj (Immagine dal web)  Fabrice Hajadj (Immagine dal web)

In questi luoghi asettici, del tutto privi del tepore confidente del grembo di una madre, la vita viene congelata, alla lettera, a temperature siberiane. Sine die, insieme con le stesse speranze degli scienziati perché, piaccia o no, l'uomo del duemila come il primate paleolitico non si è fatto da solo e da solo non sa darsi quel bene che lo appaga e lo porta a compimento. Quel bene di sé, per sé e per gli altri che ogni essere umano coglie come desiderio ineludibile, possibile e, al tempo stesso, irraggiungibile nella propria finitezza, induce Hadjadj a riaffermare con forza il Mistero che precede e supera la vita di ciascuno e che informa nel suo nascere e sviluppo anche la società, a partire dal suo nucleo essenziale che era e rimane la famiglia. Potrebbe allora sembrare banale, ma non lo è: una famiglia, ogni famiglia, la famiglia è un mistero. Questa è la risposta che suggerisce e argomenta il filosofo francese nel suo libro.

Si potrebbe dire, e con le migliori intenzioni lo si è fatto, che la famiglia è il luogo dell'amore, della prima educazione, delle libertà. Hadjadj obietta che si insiste su queste caratteristiche primariamente perché si pensa al bene del bambino che di quella famiglia fa parte. «Ma così facendo – leggo dal libro a p. 22 – ci sfugge l'essenza della famiglia e, anche quando pensiamo di difenderla, affiliamo le armi che consentono di demolirla. Preoccupandoci troppo del bene del bambino, si dimentica l'essere del bambino. Soffermandoci troppo sui doveri dei genitori, si dimentica la realtà del padre e della madre. Gli elementi che abbiamo appena proposto — amore, educazione, libertà — dicono tutto tranne l'essenziale, vale a dire che i genitori sono i genitori, e che il figlio è il loro figlio». Così, la pretesa buona di edificare «la famiglia perfetta» sull'amore, l'educazione e la libertà, rischia di non fondare la perfezione della famiglia ma «l'eccellenza dell'orfanatrofio». In pratica: Hadjadj mette in guardia dal separare il bene dall'essere della famiglia, perché così facendo, sempre con le migliori intenzioni, si potrebbe favorire dei falsi valori, funzionali a falsi bisogni.

Ed è qui che il filosofo apre l'album dei ricordi per rendere onore ai suoi genitori, «che ebbero l'audacia di concepirmi all'antica su un divano rosso, a Tunisi, nel quartiere La Fayette, quando mio padre era di ritorno da numerose settimane di astinenza dopo la sua prima indagine sociologica a Menzel Abderrahmane, villaggio di pescatori sulla riva nord del lago di Biserta. Si sono desiderati e non mi hanno direttamente desiderato. Innanzitutto hanno voluto "fare l'amore" come si dice in modo maldestro, e non fare un figlio. Ed eccomi, piccolo ebreo, sempre fuori programma, e per questo mai del tutto fuori pogrom, cucciolo d'uomo che, crescendo, è completamente sfuggito alle loro aspettative (non dico al loro cuore). Non perché mi sia ribellato, ma perché ognuno sfugge a sé stesso, sin da quando è nato, e non fabbricato. Mio padre stesso è passato a poco a poco da maoista a talmudista, e mia madre da direttrice delle risorse umane, a madre ebrea». 



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