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LETTURE/ Jan Korec, un "traditore" che ha amato Dio fino all'ultimo

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Il cardinale Ján Korec (1924-2015) (Immagine dal web)  Il cardinale Ján Korec (1924-2015) (Immagine dal web)

Il 24 ottobre scorso è morto a Nitra in Slovacchia il cardinale Ján Korec, che ebbi la fortuna di incontrare a Bratislava a metà degli anni ottanta, quando era ancora un "vescovo clandestino".

Dovetti prendere molte precauzioni prima di avvicinarmi al suo appartamento e, quando ci accorgemmo di una macchina a fari spenti che ci stava seguendo facemmo numerosi giri oziosi per la città. 

Quando molti anni dopo vidi il film di Florian Henckel von Donnersmarck Le vite degli altri ebbi l'impressione di essere tornata al clima di quell'incontro: appena entrai, il vescovo mi fece cenno di non parlare, accese la radio a tutto volume e mi indicò un tubo di metallo avvolto nella gomma piuma che si trovava su un tavolino fra due poltrone: dovevamo parlare attraverso di esso, perché, mi spiegò, gli appartamenti adiacenti al suo erano occupati da agenti dei servizi segreti che registravano ogni parola. 

«C'è un uomo a Bratislava che fa paura al partito ateista cecoslovacco. Si chiama Ján Korec e lavora come operaio in una grande fabbrica. Benché sofferente di asma polmonare è obbligato a compiere lavori pesanti: caricare e scaricare tutto il giorno grossi bidoni di catrame. Quando le forze lo abbandonano non può aspettarsi nessuna compassione, perché è un cittadino di terza categoria: sui suoi documenti c'è il marchio di condannato per "tradimento della Patria"». Così scrivevano di lui i giornali esteri in occasione del suo XXV di episcopato nel 1976.

Era stato ordinato sacerdote clandestinamente nel 1950 e nel 1951, per volere di Pio XII, a soli 27 anni era stato in segreto consacrato vescovo. Lavorò in fabbrica come operaio per nove anni in cui svolse la sua missione di sacerdote e di vescovo semplicemente essendo il fratello di tutti. Venne arrestato nel 1960 e condannato a 12 anni di carcere per tradimento. Anche in carcere era l'amico di tutti: celebrava nascostamente la Messa tutti i giorni ed erano soprattutto i giovani a seguirlo. Ma l'esperienza più dura fu l'isolamento: «Sicuramente fu questa la più terribile delle punizioni. Tuttavia la necessità rende l'uomo ingegnoso cosicché avevo trovato un sistema molto semplice per rompere l'isolamento. Immaginavo di fare gli esercizi spirituali. Mi facevo un programma giornaliero ben dettagliato ed intenso. Cominciavo al mattino con una buona ora di meditazione, proprio come si faceva in convento. Quindi, la Santa Messa. Per questa avevo soltanto pane e vino: ma ciò bastava a procurarmi tanta gioia. Dopo la Santa Messa cominciava il programma di studio: ripassavo a memoria testi di teologia e di filosofia, discutendo ad alta voce come se mi trovassi all'università, davanti ai professori. Quando mi sentivo stanco mi distendevo con canti religiosi. Poi continuavo a studiare e pregare. Arrivava la sera senza che io avessi potuto svolgere tutto il programma che mi ero fissato. Quando poi, dalla cella d'isolamento, venivo trasferito di nuovo nella cella comune, mi sentivo spiritualmente più forte come se avessi realmente compiuto un corso di esercizi spirituali».



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