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LETTURE/ Papa Francesco e l'eredità di Benedetto XVI al Bundestag

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Papa Francesco (Infophoto)  Papa Francesco (Infophoto)

"Il problema fondamentale è un altro, ancora più profondo: il modo in cui di fatto l'umanità ha assunto la tecnologia e il suo sviluppo insieme ad un paradigma omogeneo e unidimensionale" (LS, 106). Qui il pontefice capisce il problema più grande, al cospetto del quale si trova l'umanità: l'omogeneità e unidimensionalità del paradigma tecnologico. In questa "omogeneità" siamo confrontati con una hybris. Perché solo il movimento (l'atto come l'ho chiamato prima), in cui l'essere come dono si rende finito, nella molteplicità degli enti (pietre, acqua, animali, uomini) può "pretendere" per se una tale "unità". Il dono dell'essere è uno. E da questa unicità, che è liberante, nasce la molteplicità, che a sua volta è dono stesso. Mentre dall'omogeneità e unidimensionalità tecnica nasce quell'unico stile di vita, dalla pedagogia alla medicina alla giurisprudenza, che vede nei problemi non la rivelazione di possibili vie di soluzione, perché molteplici ed unici sono gli uomini; ma l'ambito di esercizio di una "tecnica", che non si impara contemplando il dono dell'essere, ma è frutto dell'efficienza del professionista (tra parentesi, questo è uno dei disastri più grandi del mondo della scuola — e lo dico da insegnante: non si ha a che fare con individui, che concretizzano in modo irripetibile l'unico dono dell'essere, ma con "generalità", con "problemi generali", che vanno risolti dallo specialista di turno). 

Decisivo, nella nuova enciclica del papa, mi sembra anche il legame tra il problema ecologico e quello dei poveri. Il problema ecologico diventa segno profetico per una diseguaglianza tra poveri e ricchi a livello mondiale. Solo la filosofia come sguardo che sa contemplare "l'uso medesimo di ricchezza e povertà nell'essere come dono" (F. Ulrich), può diventare un'alternativa reale all'omogeneo sguardo della tecnica. La filosofia, non come metodo del pastore di un essere ridotto a "ipostasi" (persona astratta) perduta (Heidegger), ma come ancella di un essere che, annullando ogni "privilegio", si fa povero nella ricchezza della molteplicità degli essenti, è e rimane l'unica ipotesi gnoseologica ed antropologica adeguata per capire ciò che è come ciò che viene prima della dimensione tecnica.

Su questa base ci si accorge che il magistero di Francesco è un avvenimento "filosofico". Egli capisce che il dono dell'essere è infinitamente ricco, così ricco che non vi è nulla di più sublime che l'atto in cui Dio dona l'essere. È anche però infinitamente povero, perché in quanto tale questo atto non è nulla. Hanno sussistenza le singole persone, hanno sussistenza — in modo meno pieno — le farfalle, non l'atto di donazione. Eppure senza esso non vi sarebbe nulla di ciò che è.

Anche se non posso approfondire ulteriormente, spero che ora risulti più chiaro il rinvio, per comprendere l'attenzione preferenziale ai poveri di papa Francesco, alla contemplazione, seguendo Ulrich, del "medesimo uso di ricchezza e povertà nell'essere come dono". Il filosofo invece che cerca solamente la "ricchezza" (un dio veramente divino, come lo chiamava Heidegger), che rimpiange come persa, e che si fa "pastore dell'essere" (anche nelle sue versioni teocon giornalistiche attuali), non potrà che difendere una "ipostasi dell'essere", una personificazione dell'astrazione. Chi pensa così non potrà che accusare il papa di pauperismo, perché il suo ideale è la sola "ricchezza". Mentre, come ha spiegato Guzman Carriquiry in un'intervista a Radio Vaticana, "Quell'amore del pastore per i poveri non ha nulla di 'pauperismo' e men che meno di 'pauperismo ideologico'". 



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COMMENTI
10/12/2015 - sua articolo (ciro pica)

la realta, o Verità non si può negare ma confutare sì. Credo che ci sia una questione prima, poiché riconoscere che la vita è dono è un giudizio che nasce da una conoscenza. La questione prima è appunto nell'ordine della conoscenza e confutabilità. Diceva Hannah Arendt a proposito del mondo a lei contemporaneo, che il guaio era che si era sostituita la realtà con l'opinione, quindi non c'è più conoscenza, ma essa, la conoscenza, si attesta sulla tecnica, feticcio della Provvidenza. Nella religiosità antica, si cercava di capire come funzionavano le cose dando ad esse l'ordine del divino, per auspici di bene o evitare il peggio già accaduto. Una volta c'erano gli sciamani oggi i tecnoscienziati. Il tecnoscienziato è lo sciamano senza religiosità. Riconoscere il dono ed essere dono è la Grazia. A partire da ciò l'uomo ha il criterio di giudizio che salda alla radice la personalità divisa dell'uomo.