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LETTURE/ Se l'ateismo non è un "problema" per l'Europa sotto attacco

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Gli attentati del 13 novembre ci pongono con particolare urgenza davanti alla domanda di quale "identità" hanno le nostre istituzioni liberali — i diritti fondamentali, la democrazia, il libero mercato, l'Europa. Da un lato, si insiste molto sull'essenza "cristiana" dell'Europa, recuperandola però soltanto come "secolarizzata" cioè come storica e culturale ma non come "religiosa". Dall'altro lato, si radicalizza in reazione alla "guerra santa" dei terroristi il carattere non solo laico ma addirittura "ateo" dei principi della rivoluzione francese, liberté, egalité, fraternité. Ora, a ben vedere, nessuna delle due risposte afferma davvero il senso delle istituzioni liberali: né basta un'affermazione "storica" di valori tramandati, né possono essere giustificate da presupposti atei.

Il senso dei diritti liberali consiste nell'affermare la responsabilità di ogni persona a relazionarsi in modo auto-determinato a quella dimensione assoluta da cui egli dipende. Soltanto con riferimento ad essa, i principi di ogni istituzione liberale possono trovare stabilità. Ciò vale anche per chi giunge a una determinazione negativa di questo rapporto, come l'ateo. Proprio questo è il senso dell'affermazione del preambolo della costituzione polacca che si rivolge ai «cittadini tutti della Repubblica, credendo in Dio […] o non condividendo questa fede ma gli stessi valori universali sgorganti da altre fonti».

Chi mina le basi culturali del liberalismo, non è quindi tanto l'ateismo come convinzione personale quanto chi si pone in modo indifferente a tale ultima dimensione di senso: soltanto quest'ultimo, infatti, non assegna all'esistenza individuale quel valore che ogni istituzione liberale presuppone. E' però questo il vero fenomeno preoccupante della nostra cultura: un ateismo in forma nuova, che non afferma più nessuna posizione verso l'assoluto ma è diventato quello stile di vita "quotidiano" che mina insistentemente le basi valoriali della nostra convivenza. Qualcuno l'ha definito pertanto "ateismo oceanico" (Biser), non più "cosciente". Tutt'al contrario di tale indifferentismo, il liberalismo è l'affermazione del valore insostituibile di ogni singolo individuo ossia del significato profondo della sua esistenza.

Il problema culturale dell'Europa non è quindi tanto l'esistenza dell'ateismo "cosciente", anche per il fatto che tutte le previsioni ci dicono che si trova in declino. Certamente, le statistiche internazionali posizionano quasi esclusivamente paesi europei in cima alla "classifica" dei paesi più atei nel mondo: innanzitutto l'ex Repubblica Democratica Tedesca con una quota di 65%, seguita dalla China con 47%, dai paesi scandinavi e dalla Gran Bretagna. Ma anche nei paesi islamici l'ateismo è una realtà, e del resto per niente trascurabile: 12,3% dei cittadini egiziani si sono dichiarati atei, secondo un'indagine dell'università Al-Azhar nel 2014 (6mila persone intervistate). E anche nell'Arabia Saudita nel 2012 risultavano 19% su 502 cittadini "non religiosi". Sebbene quindi l'Europa abbia le quote più alte di ateismo a livello mondiale, bisogna piuttosto notare che il fenomeno — sebbene destinato a diminuire nei prossimi decenni — è senz'altro di dimensioni globali. 



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