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TESTORI/ Gifuni, lasciarsi "invadere" dal Dio di Roserio

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Fabrizio Gifuni al Teatro Franco Parenti (Foto Alessandro Frangi)  Fabrizio Gifuni al Teatro Franco Parenti (Foto Alessandro Frangi)

Abbiamo goduto del moto d'orgoglio con cui il gregario, l'eterno gregario, per una volta preme per star davanti. E tutti abbiamo sentito il tonfo del colpo; la caduta; la mano, colpevole, del Dio di Roserio; la sua voce perentoria: «l'è sta un sas. Te l'avevi dì de mulà, troia. L'è stà un sas, Sergio. Un sas». Poi il buio. Sulla scena e su di noi. Il buio riempito da pochi secondi di silenzio: una presa di coscienza incredula. E infine il teatro esploso. Di liberazione. Per dieci lunghissimi minuti di applausi.

Mi è tornato evidente ieri sera che con la loro performance i grandi attori sempre compiono un'operazione critica. Ed uso il termine testorianamente: «la critica non è un "occuparsi di", ma un lasciarsi "occupare da"». Il «lasciarsi occupare» di Fabrizio è stato totale. E, come sempre quando accade, pieno di conseguenze. Per lui; tutto imperlato di sfiancamento, dopo quell'atto furioso e inaspettato d'amore. Per il pubblico, mai comodo sulla poltrona. Per il testo; su cui si è aggrappata la melodia gifuniana indelebilmente, quasi a ridicolizzare ogni "sì, l'avevo già letto" e a illuminare il testo di nuove prospettive. Per me, in particolare, due.

La prima: il Consonni di Gifuni pare uscito direttamente dalla Branciatrilogia degli anni 80. Il Dio di Roserio, lo ricordiamo, viene pubblicato nel 1954 nei «Gettoni» Einaudi. Eppure Gifuni lo guarda da una prospettiva tra le più suggestive e illuminanti, quella della fine. Infatti, in un testo di trent'anni prima vi legge già i segni, già il magma singhiozzato di Gino Riboldi, di Rino, ai quali affratella il gregario divenuto demente. La seconda: il racconto gifuniano parte con un verso, uno schiocco di saliva strozzata; un verso ritmato, come sa ritmarlo chi lo sente ormai familiare, quasi espressivo di sé. Il Consonni è il primo di una serie di afasici che costellano l'universo testoriano. Sono ultimi, emarginati, scartati; e non hanno parole. Al massimo singhiozzi, versi e balbettii. E Testori si piega su questa assenza e la riempie di parole. Un monumentale atto di carità la scrittura testoriana. Possibile solo a chi sente anzi tutto se stesso come «un'insanabile contraddizione bisognosa solo di Carità».

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