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TESTORI/ Gifuni, lasciarsi "invadere" dal Dio di Roserio

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Fabrizio Gifuni al Teatro Franco Parenti (Foto Alessandro Frangi)  Fabrizio Gifuni al Teatro Franco Parenti (Foto Alessandro Frangi)

«Deve arrivare a Testori». Questo pensai, oltre a ringraziare Dio per il dono degli attori, la prima volta che ebbi ad assistere a una performance teatrale di Fabrizio Gifuni, ne Lo straniero di Camus, testo noto per quello che è stato definito da Roland Barthes il "grado zero della scrittura". E io lo aspettavo alla prova della scrittura testoriana, tutt'altro che grado zero!, tutta sempre sopra tono. Lo aspettavo, perché in quell'interpretazione mirabile di fatale equilibrio, ogni tanto qualcosa in lui sussultava. In quegli scatti, tutti nervi, tendine, sangue, vibrava per me la grande promessa di un incontro che prima o poi avrebbe dovuto avere luogo.

Il luogo, appunto, per ogni testoriano, ha del mitico: il teatro Franco Parenti, nato come Teatro Pier Lombardo nel 1972 da quel felicissimo incontro tra Giovanni Testori, Franco Parenti e Andrée Ruth Shammah, ora straordinaria direttrice di questo punto aggregante della vita milanese. L'occasione, la lettura del primo capitolo de Il Dio di Roserio, a coronamento della seconda edizione del Premio Testori. Dopo un pomeriggio permeato in ogni suo poro dallo spirito del grande scrittore lombardo — dalla scelta di impostare le presentazioni dei premiati in workshop paralleli a quella di premiare un saggio di storia dell'arte nella categoria letteraria —, alle 21 c'è il gran finale. Attorno una sala gremita. Scena semivuota: una sedia, uno sgabello, un leggio. Molto gifuniano, penso: perché tutto è nel corpo. E molto testoriano: «La scena è tutta e solo in loro, le parole; loro, s'incaricheranno di farla essere e, appunto, costituirsi: edificio ben più solido e vero di tutti i possibili trucchi e trucchetti», aveva detto Franco Parenti dalle assi di quello stesso teatro nei panni del Maestro dei Promessi sposi alla prova. Ed ecco Fabrizio, accolto dall'affetto di un teatro in cui lui è di casa, ma anche dalla trepidazione tesa di un pubblico che non ha dimenticato Testori.

Gifuni introduce il suo "esperimento", e forse a più di qualcuno fiorisce un sorriso benevolo e indulgente al sentirgli pronunciare, così spontaneamente e così poco lombardamente, Testòri, invece che Testóri: non a me, che, da buona romana, mi sono sentita finalmente legittimata.

Poi è partito. Con un singulto, il verso demente e malinconico di chi ormai è segnato per la vita. È partito così. E poi la corsa del Consonni. L'altra sera, l'abbiamo fatta tutti. Tutti abbiamo letto «Culo chi legge» sul muro sbrecciato; tutti abbiamo masticato il mezzo limone; tutti abbiamo guardato il Dante Pessina, il Dio di Roserio, voltandoci indietro dalla sella della bici. Tutti abbiamo visto il lago salire, dolcissimo e manzoniano, in un improvviso squarcio di armonia. Tutti abbiamo ripreso la corsa a perdifiato dei tendini e dei muscoli della scrittura. 



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