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COMUNISTI/ Armando Cossutta e il "dio" sconfitto dell'uomo di Mosca

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Armando Cossutta (1926-2015) (Foto dal web)  Armando Cossutta (1926-2015) (Foto dal web)

Anche Armando Cossutta — il cognome dall'ungherese Kossuth — se n'è andato. Lentamente, ma inesorabilmente la generazione politica che è un passo avanti alla mia — un passo lungo 15/20 anni — si sta congedando dalla storia del mondo, dalle passioni, dalle battaglie, dalle piccole vittorie e dalle grandi sconfitte. Cossutta ha condiviso la sconfitta epocale di un disegno di cambiamento del mondo, che si è chiamato comunismo o socialismo realizzato. La teoria del socialismo scientifico di Marx prevedeva che il comunismo come stadio finale della storia umana e il socialismo come lungo periodo intermedio, caratterizzato dalla dittatura del proletariato e dalla socializzazione dei mezzi di produzione, non fossero dei sogni romantici, ma delle necessità storiche, generate dallo stesso sviluppo capitalistico. Le contraddizioni mortali e l'inevitabile collasso del modo di produzione capitalistico avrebbero dischiuso la porta ad un nuovo modo di produzione comunista: da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni. 

Insomma: il ritorno al Paradiso terrestre. La volontà delle classi oppresse, in lotta per la propria liberazione, doveva tener conto di questa dialettica storica, senza la pretesa di scavalcarla o di accelerarla. Il partito era appunto lo strumento con cui il movimento operaio e sindacale costruiva la propria autoconsapevolezza storica, misurava i rapporti di forza tra le classi, scatenava battaglie e se ne ritraeva tatticamente. Il partito era il grande intellettuale collettivo, il moderno Principe, il cervello sociale in grado di squarciare le acque del Mar Rosso e condurre verso la Terra promessa. 

Il pensiero di Togliatti e di Enrico Berlinguer ha sistematizzato fino agli anni Ottanta e adattato al movimento operaio e sindacale italiano questa linea di pensiero. A questa linea politico-culturale è rimasto fedele per tutta la vita Armando Cossutta. Fino a dichiarare nel 2008 che votava il partito di Veltroni "da comunista". 

A Milano si era battuto vittoriosamente contro l'ala operaista del partito, rappresentata da Giuseppe Alberganti, di ispirazione secchiana. Pietro Secchia era stato vicesegretario del Pci; responsabile dell'organizzazione del partito; rappresentante di quello che Togliatti aveva definito, non senza una punta di disprezzo, "il partigianume"; contestatore di Togliatti, a partire dalle accuse di Stalin al Pci; teorico e storico della Resistenza tradita. Togliatti lo aveva liquidato nel 1954, prendendo a pretesto la fuga di Giulio Seniga — uomo di Secchia — con la cassa del partito. 

Negli anni in cui Cossutta cominciava la sua ascesa politica a Milano, Secchia era appunto segretario regionale del partito in Lombardia. L'accordo con il centrista togliattiano Berlinguer, di un comunista con un comunista, gli venne facile, sia contro l'ala destra amendoliana, di cui Napolitano e Chiaromonte erano esponenti, sia contro l'ala sinistra di Pietro Ingrao, morto il 27 settembre di quest'anno. Finché Enrico Berlinguer non toccò, timidamente, le relazioni con Mosca, che peraltro, come scrive Gianni Cervetti, durarono fino al 1989. 



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COMMENTI
16/12/2015 - cossutta (sergio bianchini)

Le analisi di Cominelli sono sempre toccanti e suscitano pensieri. Questo articolo mi ha fatto pensare alcune cose che seguono. Non ho mai ammirato Cossutta, che brandiva "piattamente" il sogno comunista, sviluppo radicale dell'egualitarismo della rivoluzione francese. Ma lui lo brandiva apertamente, senza cercare di camuffarlo democraticamente e signorilmente. Gli altri "comunisti" erano migliori di lui? Il mito egualitario però è ancora vivissimo sotto altre spoglie, vedi reddito di cittadinanza dei Grillini. Il grande mistero italiano è l'egemonia comunista in Italia centrale. Cosa è stata veramente? Forse il camuffamento del granducato di Toscana che da sempre era stato allergico all'egemonia sabauda ed al suo centralismo? I due regni dell'Italia centrale (toscano e romano) furono spazzati via dall'unificazione ma gli spodestati hanno continuato a vivere sotto la cenere. Guarda caso la nascita del PCI avvenne a Livorno e non nel nord industriale. Mussolini era romagnolo e non nordista. Nel nord il PCI non raggiunse mai il 30%. Nel dopoguerra il centro si incistò intorno al PCI ed è divenuto massa di manovra del blocco centromeridionalista che dagli anni settanta ha in mano il paese. Ma adesso questo blocco si è rotto e la Toscana ed il centro Italia sono disponibili per una nuova egemonia a traino e a governo dell'Italia. Il nord dovrebbe approfittarne e non allearsi al sud Italia contro il centro.