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LETTURE/ Da Eschilo a Euripide: seguire gli dèi o ascoltare gli amici?

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Un altro amico attraversa come presenza fedele le tragedie in cui è protagonista Oreste. Dopo l'assassinio di Agamennone il piccolo Oreste è vissuto presso lo zio Strofio e ha condiviso educazione e crescita col cugino Pilade. Quando si rimette in cammino per vendicare il padre, e poi nel doloroso travaglio per liberarsi dalle Erinni, i poeti gli affiancano spesso Pilade, come aiuto, consigliere, perfino complice. Sono molte e diverse varianti, in cui anche i caratteri dei personaggi si modificano. La più significativa è quella delle Coefore di Eschilo. Si tratta della tragedia centrale della trilogia, in cui Oreste torna in patria con l'ordine di Apollo di uccidere gli assassini del padre, l'usurpatore Egisto e Clitennestra, la moglie infedele. La vendetta è un dovere per gli antichi, e gli ordini del dio sono accettabili e giusti nei riguardi di Egisto. Ma il tabù del matricidio trattiene e  angoscia Oreste, fino alla scena centrale in cui la madre lo richiama al rispetto verso chi l'ha partorito. E qui per la prima volta Eschilo accoglie la novità introdotta di recente da Sofocle nella struttura della tragedia: la possibilità di avere tre personaggi parlanti sulla scena. Pilade è stato in scena per tutto il tempo come personaggio muto, ma a questo punto viene interpellato da Oreste: "Pilade, che cosa devo fare? Devo avere ritegno ad uccidere mia madre?". L'amico non dà consigli di saggezza o buon senso: il poeta gli affida come unica battuta un forte richiamo autorevole: "E dove andranno in futuro le profezie di Apollo date a Delfi, e i giuramenti fedeli? Considera tutti nemici piuttosto che gli dèi".

Ma ricordiamo anche un'altra variante, l'Ifigenia in Tauride di Euripide. Oreste e Pilade giungono nella barbara Tauride (la Crimea attuale) seguendo un oscuro vaticinio di Apollo che dovrebbe liberare Oreste dalla persecuzione delle Erinni. Le oscure dee si manifestano in visioni tremende, che stravolgono Oreste: e l'amico lo sostiene e lo cura come un malato in delirio. Arrestati e portati davanti alla sacerdotessa che presiede ai sacrifici umani degli stranieri, vengono interrogati sulle vicende accadute in Grecia negli ultimi vent'anni, finché la sacerdotessa offre ad Oreste, di cui ignora il nome, di tornare libero in patria recando una lettera in cui finalmente lei può dare notizie di sé: è Ifigenia, salvata da Artemide ma costretta ad una orribile sorte. Oreste cede a Pilade la vita e la libertà, riconoscendone l'amicizia fedele fino al rischio di sé. Infine tutti si salveranno: ma in questa, che è una delle tragedie più amare di Euripide, l'amicizia, così come l'affetto fraterno, compensano il venir meno della fiducia nel mondo degli adulti, di cui nell'intrecciarsi dei racconti si scoprono l'ambizione, il potere e il tradimento.



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