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LICIO GELLI/ Come faremo ora senza la "leggenda nera" del Grande Complotto?

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Licio Gelli (1919-2015) (Foto dal web)  Licio Gelli (1919-2015) (Foto dal web)

Successivamente a lungo svolse attività di faccendiere politico, industriale, capo della loggia massonica P2, e di una rete di intrighi e di operazioni ritenute diffusamente anti-istituzionali ed eversive. Malgrado l'ampiezza e la voluminosità dei dossier a suo carico, fu condannato solo per depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna del 1980 e nel 1988 per il crack del Banco Ambrosiano e della P2, ma l'esecuzione delle pene fu parziale.

Non è normale, non lo è per le accuse e le imputazioni gravissime di delitti attribuitigli, che il principale organizzatore di un'associazione politico-criminale, con ramificazioni in mezzo mondo, braccato per decenni da magistrati e polizie, si sia spento a casa propria. Di qui la necessità di chiedersi che fondamento abbia la "leggenda nera" — di Licio Gelli, appunto — che da quasi 50 anni avvolge il nostro paese.

Una storiografia spregiudicata, senza interesse per le fonti, insiste a dipingere il nostro paese come l'anello debole di un sistema di stati. Lo sviluppo della democrazia come la crescita economica verrebbe impedita o distorta da cosiddetti "poteri forti" che punterebbero a riportarla indietro, verso una nuova edizione del fascismo o dall'imposizione di una sovranità limitata.

Gli strumenti di questo condizionamento democratico sarebbero stati da un lato l'emarginazione del Pci dall'area di governo e, dall'altra, l'assoggettamento di molti corpi dello Stato (come i servizi e gli apparati militari) a logiche corporative, da cui la corruzione e l'eterogenesi della burocrazia.

Proprio un'associazione di origine massonica come la P2, creata da Gelli, avrebbe avuto il compito di eseguire il programma,ricorrendo anche a interventi golpisti come misure complottarde e a veri e propri sovvertimenti dell'assetto istituzionale. Tali sono considerate riforme come il passaggio dall'attuale regime parlamentare ad un regime apertamente presidenziale, e l'abbandono del sistema elettorale proporzionale. In proposito si può dire che dagli anni Sessanta la nostra democrazia vive nell'incubo e nella paura che le riforme istituzionali necessarie per rafforzare gli scarsissimi poteri decisionali dell'esecutivo corrispondano a tentativi di colpi di Stato.

Tale fantasma lo si è visto incarnato nel tentativo di Segni e della destra democristiana, nel luglio 1964, di fare allertare, dal generale Giovanni De Lorenzo, l'adozione di misure di difesa dell'ordine pubblico (il cosiddetto Piano Solo). In realtà, come chiarì il beneficiario di questo tintinnare di spade, Aldo Moro, si trattava di una misura e di un psicosi volta a piegare le richieste riformatrici dei socialisti di Nenni, cioè di un'operazione negoziale. 

Con la strage di Milano del 12 dicembre 1969, quella di piazza della Loggia a Brescia fino a quella del 1980 alla stazione di Bologna, l'idea del golpe entra a farne parte. Anzi prospera, prendendo il nome di strategia della tensione, nella cultura della sinistra parlamentare e soprattutto extra-parlamentare. 



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