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LETTURE/ "La reliquia di Costantinopoli", un impasto di sangue, bellezza e santità

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Istanbul, Santa Sofia (Foto dal web)  Istanbul, Santa Sofia (Foto dal web)

Non posso neppure per accenni provare a tenere conto di tutti gli "strumenti" di tutte le "melodie" della grande sinfonia del libro, che nel veloce scorrere del tempo, tipico di un'avventura, riflette sulla vita e sulla morte, "estrema conciliatrice" e sul mondo e su Dio, di cui verso la fine del manoscritto si dice: "non mi interessa che sia il mio, o quello del Papa, o quello di Malachia, o addirittura quello dei nostri nemici". Certo leggendo i sacri testi o guardando le diverse liturgie e norme non si tratta dello "stesso" Dio — tante cose diverse vengono raccontate di Lui —, ma certo del "medesimo", per usare la riuscita formula di R. Spaemann, a cui si rivolge il nostro umano bisogno di Amore-Gratis, di Misericordia. Una misericordia che durante la caduta di Costantinopoli viene percepita come mancante, in entrambi le parti coinvolte nel conflitto. Il che non vuol dire che per Gregorio le due parti siano uguali; una rappresenta la sua patria, l'altra no. Anche i sovrani vengono percepiti diversamente: Costantino Paleologo, l'ultimo imperatore, che come il primo, Costantino il Grande, con cui comincia la storia della Città, aveva una madre che si chiamava Elena, è descritto come l'uomo che è vicino alla sua gente, di cui Gregorio fa parte, e alla quale negli ultimi giorni dona forza, prima a cavallo di una mula e poi di un destriero bianco. Maometto II viene visto come il nemico, sempre presente, ma come "lontano" e "brutale". Quando il suo stendardo sarà issato sulla Città, per questa non ci sarà donazione di "forza", ma distruzione e stupro. 

Con la figura della prostituta Cora, che nel corso della storia riappare per almeno otto volte in momenti essenziali, di cui Gregorio si innamora, il romanzo, nella nostra società "trasparente e pornografica" (Byung-Chul Han), presenta tra le pagine "erotiche" più belle. In queste pagine Cora diventa "come una sacra reliquia", memoria di un amore così gratuito che non cerca il possesso, ma contemplazione di una bellezza che, come nel caso di un monaco che durante l'ultimo assedio è "coraggio disarmato", è anch'essa inerme; Gregorio Eparco la vede ancora una volta dalla galea che lo porta salvo a Venezia, in una barca, mentre "tiene in grembo una bambina, di non più di un anno, che piange spaventata". 

Alla fine la Città verrà occupata ed anche la più santa delle icone mariane, quella della Odighìtria, pitturata da san Luca quando la Vergine era ancora sulla terra, non la salverà, anzi l'icona stessa cadrà durante una processione solenne nel fango, come ulteriore segno, dopo l'eclisse della luna e il temporale durante l'ultima processione per invocare aiuto dal cielo, che ormai la Città non verrà salvata dal suo Dio. Ma il tutto non finisce in un lamento, bensì di nuovo in un compito.  



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