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LETTURE/ "La reliquia di Costantinopoli", un impasto di sangue, bellezza e santità

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Istanbul, Santa Sofia (Foto dal web)  Istanbul, Santa Sofia (Foto dal web)

L'anziano discepolo di Gregorio, alla fine della lettura del manoscritto, nell'epilogo, vuole già "domani" iniziare la ricerca delle cinque reliquie, ancora una volta nascoste, che sono immagine della presenza dell'Amore Gratis nel mondo, di quel Cristo che "pur essendo nella condizione di Dio" non ha considerato come un "privilegio"  "l'essere come Dio", ma "svuotò se stesso assumendo una convinzione di servo" (cfr. Fil 2, 6-7); al modo che la Città, per la quale nel romanzo si possono leggere stupende dichiarazioni d'amore ("cesellata tra le morbide cupole, Costantinopoli, la bella! Costantinopoli, la santa!"), con tutte le sue reliquie e preghiere, assume dopo la conquista turca una "condizione servile". E nondimeno, in questa sconfitta rimane "gloriosa". Ciò non toglie nulla alle grandi figure di soldati che hanno cercato per cinquanta giorni di salvarla: il compito del cristiano non è mai la difesa di "qualcosa", ma la memoria di "qualcuno" che solo può salvare il mondo, proprio perché ha assunto la "condizione di servo".

Forse come nel caso di Reinhold Schneider (autore del Bartolomeo de Las Casas) per l'anima tedesca, ci troviamo con Malaguti di fronte ad un autore, che consapevole della sua identità regionale, quella "veneta", ha presentato al pubblico italiano la sua anima più autentica, quella cattolica (universale), in un'opera di valore europeo, ambientata sullo sfondo di quella ultima lotta tra santità e potere che è stata il cuore dell'autore tedesco. 

Gli auguriamo però di non finire la sua vita nella depressione di un "inverno viennese", come accadde a Schneider, ma di esser fedele alla forza intravista di Dio nella storia ieri, oggi e sempre, come "memoria" e non come "temporalismo"; eventualità dalla quale risulterebbe soltanto il continuo "lamento" di una grandezza perduta. Mentre Cristo è annuncio di "vittoria" (l'Agnello macellato è il vincitore, dice l'Apocalisse di Giovanni), incarnata sempre in culture particolari, che si muovono le une verso le altre con conflitti — tra latini e greci, tra veneziani e genovesi — ma anche e ancor di più nell'amicizia trasversale e gratuita degli amici, come Gregorio e Malachia. 

La vita, manifestazione dell'essere come amore e dono, appartiene davvero ad una missione, non ad una biografia. A livello biografico rimarrebbe tra i due amici un'ultima estraneità. Nella missione si rivela un'ultima intimità, disposta anche al sacrificio di sé: "Sono sgusciato dalla trappola del nemico per un soffio ed unicamente grazie al sacrificio del mio amico". Solo con esso la missione viene infine compiuta: conservare e donare la memoria di Colui che, sulla croce, ha salvato il mondo. 



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