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LETTURE/ "La reliquia di Costantinopoli", un impasto di sangue, bellezza e santità

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Istanbul, Santa Sofia (Foto dal web)  Istanbul, Santa Sofia (Foto dal web)

Riprendendo un suo testo su Reinhold Schneider, lo scrittore cattolico che più di ogni altro in Germania aveva riflettuto sul mistero del potere e della santità, von Balthasar ha scritto una frase che mi è stata sempre presente leggendo l'ultimo romanzo di Paolo Malaguti, La reliquia di Costantinopoli (Neri Pozza 2015): "La vita appartiene al compito, non alla biografia". "Biografia" è una somma di fatti che in quanto tale, cioè come somma, può essere anche senza senso. "Compito" ("missione" è l'altra parola usata sia da Balthasar sia da Malaguti) è quel filo conduttore che dà ai fatti di una vita un loro ultimo senso, anche se non possiamo anticiparlo durante la nostra vita e neppure in ogni momento percepirlo come tale. Mi piace ricordare che l'ultima parola del personaggio chiave del romanzo, su una nave che lo porta a Venezia, è una variante della parola "compito": servizio. "Al só servissio, siór", sorrido asciugandomi gli occhi.

In questo grande epos, fatto di 198 giorni che raccontano una grande avventura dell'umano (amore, amicizia, guerra…), e in essi i cinquanta giorni dell'assedio e della caduta di Costantinopoli, detta la Città, il compito è chiaro: salvare alcune sacre reliquie della cristianità, quelle che riguardano Cristo stesso e che erano state nascoste nel corso dei secoli. Come per Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi, si tratta — anche nella Reliquia — di un manoscritto, ritrovato dal discepolo di Gregorio Eparco, l'autore greco, personaggio chiave dell'opera, mercante in Costantinopoli, che ha lasciato tutta la storia in un suo diario. In esso vengono raccontati in modo avvincente, ma anche senza trascurare la forza contemplativa di un romanzo, il ritrovamento delle reliquie e la caduta della città. Alla fine le reliquie ritrovate sono cinque: la coppa dell'ultima cena, la lancia che ha trafitto Cristo in croce, la corona di spine, i chiodi ed infine la "parte superiore della Santa Croce". 

Scoprendo l'ultima Gregorio dice: "ad un tratto mi sembra di aver sempre vissuto per quel momento, e nient'altro"; per quel compito, che dà a tutti i fatti, visti nei cinquanta giorni dell'assedio e della caduta, ma in vero anche i fatti di tutta una vita, un senso, forse anche una "speranza", anche se il dramma finale fa dire a Gregorio: "non ho né la forza né la volontà di sperare in nulla". Eppure quella missione e quel compito, uniti al sacrificio dell'amico, gli danno la forza, nell'ultimo inseguimento da parte dei turchi entrati nella Città, di mettersi in salvo. Una "biografia" di per sé non scopre mai lo scopo di una vita; ci vuole un compito, tanto più quando il tempo in cui si vive è drammatico. 



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