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LETTURE/ Il "novembre parigino" e la poesia che (non) nasce in noi

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Ciò che emergeva in quell'episodietto era l'impulso a trovare parole che non cadessero su di noi come pesi morti; anche perché il vero peso era ed è quello dei morti di Parigi. Distinguere fra i vari tipi di silenzio è altrettanto difficile che distinguere fra i vari tipi di parola. C'è un silenzio che nasce dalla nausea — per esempio, dalla nausea verso le parole fruste delle reazioni mediatiche e automatiche, che proclamano qualcosa e al medesimo tempo il suo contrario, tanto per riempire in qualche modo il vuoto: "Le cose non saranno mai più le stesse" (ma abbiamo subito cominciato, ed è comprensibile, a rifugiarci nella routine), "dobbiamo continuare la nostra vita normale" (ma che cos'è la vita normale, in queste circostanze?), "siamo di fronte a un odio allo stato puro, un odio incomprensibile" (ma l'odio ha sempre delle cause e ha — purtroppo — un elemento di razionalità; è l'amore, che è sovra-razionale), eccetera eccetera.

Eppure, il silenzio indirettamente chiede di essere interrotto dalla parola, anche se dovrà aprire lo spazio in cui la parola sorge, e accompagnarla nel suo sviluppo, e concluderla poi con una sorta di sigillo. Questo silenzio incorniciante è quello della poesia (e, in modo analogo ma non uguale, della preghiera). Certo, non bisogna farsi illusioni: la maggior parte delle poesie nate dal novembre parigino — così come la maggior parte di quelle nate dal settembre newyorchese — risulteranno abbastanza tenui (è il problema di ogni poesia che nasce troppo a ridosso degli eventi che la ispirano). Ma il punto qui non è scrivere recensioni o compilare graduatorie; si tratta di riconoscere in ogni forma espressiva un atto sorgivo, che rifiuta silenziosamente quella pericolosa mescolanza di odio,  paura e depressione — o di passività  cupa — che nasce quando l'incolumità del privato cittadino è messa brutalmente in questione. E' un atto che ha un suo valore di inizio, piccolo ricominciamento di vita (e che potrà portare a un prodotto finito oppure essere in ultima analisi scartato, ed è quasi lo stesso, nei termini dell'esperienza di base: un certo effetto  psicologico è stato raggiunto).

Ho qui sulla scrivania tre testi scritti uno dopo l'altro nei tre giorni immediatamente successivi al 13 novembre, da una giovane che ha studiato negli Stati Uniti e in Canada, che negli ultimi anni ha cominciato un'attività di scrittrice a Parigi, e che la sera del 13 si trovava a pochi bar e poche strade di distanza dai luoghi del massacro. Ciascuno dei tre testi appartiene a un genere diverso: il primo è un breve articolo scritto in quelle ore e subito apparso in una pubblicazione online; il secondo è una lettera personale; e il terzo (il più lungo e ambizioso) è una poesia di tipo sperimentale, che integra la scrittura dell'autrice con un brano di altro autore.  



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