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LETTURE/ Il "novembre parigino" e la poesia che (non) nasce in noi

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Non so quale sia il testo più riuscito e non so nemmeno, a questo punto, quale dei tre testi sia il più propriamente poetico. Ma quello che è stato necessario che io percepissi — per sollevare un poco da me il peso di quei corpi e per avere una piccola possibilità di condividere con altri quel sollevamento, quel relativo sollievo — era il messaggio di vita implicito in una esplosione di parole. 

E' vero che poi queste parole rivelano la consapevolezza del loro limite e della loro lacerazione; soprattutto se esse riflettono il senso di colpa che sorge quando (e parafraso alcuni di quei versi che somigliano a prosa) la sopravvissuta si rende conto della divaricazione fra il comprendere l'orrore e sentirlo nella propria carne. Sono parole ferite che parlano di corpi e di anime ferite; e ci vorrà tempo prima di vedere le parole consolidarsi, i corpi cicatrizzarsi e le anime sanarsi. Ma non c'è molto altro che si possa fare; e intanto la poesia — nonostante la sua ingannevole apparenza di gratuità — è uno dei  modi con cui si crea un'alternativa quando le alternative si rivelano essere assai poche.



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