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LETTURE/ Il "novembre parigino" e la poesia che (non) nasce in noi

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Il topos del "Dov'ero l'11 settembre del 2001" si è presto logorato — e questo è accaduto anche per le rievocazioni del 13 novembre di quest'anno a Parigi (quello che non invecchia, d'altra parte, è un bellissimo e sempre commovente inno sacro americano: "Were you there when they crucified  my Lord?", eri là, tu, quando hanno crocefisso il mio Signore?). 

Ma vorrei soltanto raccontare una piccola cosa accaduta nella mattina del 14 novembre. Stavo preparando le carte per la riunione mensile del comitato del centro culturale che coordino a Bologna; e avevo deciso di non spendere nemmeno una parola, in apertura di seduta, sugli avvenimenti della notte prima a Parigi perché mi sembrava che ogni reazione a caldo si sarebbe immediatamente risolta in qualcosa di simile a un chiacchiericcio, anche se animato dalle migliori intenzioni. Prima di uscire, però, detti un'ultima occhiata alla mia casella di posta e fui sorpreso di trovarvi già tre testi che in qualche modo collegavano quegli avvenimenti alla poesia: una poeta e critica della California mi informava che troncava un messaggio che aveva cominciato, a proposito di alcune poesie di cui stavamo discutendo, perché gli avvenimenti di Parigi l'avevano bloccata; d'altra parte, una critica e poeta di Roma riprendeva e diffondeva sul suo blog la poesia che un noto poeta francese aveva scritto a suo tempo sull'Undici Settembre; e infine un critico e poeta mi inviava da una piccola città lombarda una sua breve poesia appena scritta a proposito degli assalti di Parigi; dunque, tre reazioni molto diverse nel giro di pochi minuti…

Risposi subito alla collega californiana ricordando un famoso verso di W.H. Auden: "Poetry makes nothing happen" (la poesia non fa succedere niente) — ma subito ricordando a me e a lei che Auden sembra anche suggerire il contrario nei versi immediatamente seguenti; quanto alle due poesie, le stampai, le misi in cartella, e mi avviai alla riunione. Pensavo di non condividerle pubblicamente, perché mi sembrava che non avrebbero modificato la situazione di possibile cicaleccio; ma a metà dei nostri lavori cambiai (quasi) idea: feci fotocopiare i testi lì per lì, e li distribuii ai membri, avvertendo al tempo stesso che non ero sicuro della loro qualità, e che comunque proponevo di non parlarne in quell'occasione. Il  che accadde, con il risultato però di lasciare tutti (compreso me) vagamente perplessi e vagamente scontenti. Ecco: non sapevo esattamente che fare di quei testi, non avevo per il momento niente da dire a proposito di Parigi — eppure non volevo rinunziare a condividere quelle poesie, e inoltre non mi sentivo di ignorare completamente il massacro. Una sorta di "atto mancato", dunque, come dicono gli psicologi? Forse — e forse no. 



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