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LETTURE/ Dai diritti umani al politically correct: attenti al liberalismo illiberale

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Il cardinale Joseph Ratzinger (Foto dal web)  Il cardinale Joseph Ratzinger (Foto dal web)

Perché (e torniamo alla chiarificazione terminologica) c'è religione civile e religione civile. Quella alla quale torna il liberalismo procedurale alla Rawls è non la "religione civile" intesa (alla Alexis de Tocqueville) semplicemente come patrimonio etico, culturale e religioso che sta alla base di una nazione, ma una "religione" che si concepisce "civile" nel senso che, ponendosi in alternativa al cristianesimo, giustifica non già la laicità, ma il laicismo: una posizione ideologica che legge la teoria della neutralità religiosa dello Stato nello spazio pubblico (laicità negativa), riducendone il separatismo tra politica e religione a contrapposizione tra i due ambiti. Nel tentativo di costruire una politica completamente separata dalla tradizione religiosa della comunità, la nuova rivitalizzazione della vecchia religione civile rousseauiana non farebbe altro, secondo Reguzzoni, che favorire la nascita di una mitologia del "politicamente corretto", cioè di una conformità a un sistema di valori contrapposto alla tradizione e, perciò, astratto e "illiberale".

Il vero significato della laicità è invece non il laicismo, ma la laicità positiva, cioè una visione dei rapporti tra politica e religione (erede del pensiero politico medioevale e durata fino alla Riforma e alle guerre di religione) ruotante sull'idea della distinzione tra i due poteri che, nemmeno nelle sue fasi di scontro, aveva messo in crisi l'unità della res publica cristiana.

Tuttavia, come testimonia un recente volume collettaneo che raccoglie interventi di Jürgen Habermas, Charles Taylor, Judith Butler e Cornel West sul tema del ruolo della religione nella vita pubblica, l'interpretazione "radicale" della laicità negativa che, a partire dal (e grazie al) rawlsiano A Theory of Justice (1971), avrebbe potuto condurre al laicismo, si è in realtà molto attenuata. E ciò non solo perché Rawls, almeno a partire da Political Liberalism (1993), ha mitigato la sua posizione, ma anche perché lo stesso Jürgen Habermas, che può essere considerato l'esponente vivente più rilevante della posizione liberale e pur essendo partito (alla fine degli anni Ottanta) da una posizione filosofico-politica scarsamente interessata alla religione, sta (ormai da oltre dieci anni) rivalutando il ruolo della religione, proponendo una traduzione delle intuizioni etiche delle religioni in un linguaggio filosofico post-metafisico: Religioni e spazio pubblico. Un dialogo tra J. Habermas, C. Taylor, J. Butler e C. West, a cura di Eduardo Mendieta e Jonathan vanAntwerpen, Armando, Roma 2015.

Ma, non per questo, il lavoro di Reguzzoni perde di interesse, perché anzi, proprio in riferimento a questa "sterzata conservatrice" del pensiero liberale, potrebbe aiutare a comprendere che, anche all'interno di una rivalutazione del cristianesimo nello spazio pubblico, resta tuttavia una domanda inevasa che verte sulla natura del cristianesimo. 



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