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LETTURE/ Dai diritti umani al politically correct: attenti al liberalismo illiberale

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Il cardinale Joseph Ratzinger (Foto dal web)  Il cardinale Joseph Ratzinger (Foto dal web)

Di cosa stiamo parlando quando parliamo di "diritti umani", di "religione civile" e di "laicità"? Se lo chiede Giuseppe Reguzzoni, nel suo ultimo volume che inaugura la collana "Antaios" di ambito storico-politico, della quale è direttore, per l'Edizioni XY.IT di Arona, presentata all'ultima Fiera internazionale del Libro di Francoforte (ottobre 2015): Il liberalismo illiberale. Come il politicamente corretto è divenuto la nuova religione civile delle società liberali, XY.IT, Arona (Novara) 2015. 

La risposta è che si tratta di espressioni legate al fatto che abbia (o non abbia) un ruolo, al loro interno, la valorizzazione delle differenze identitarie, innanzitutto a livello comunitario. Se, ad esempio, è vero che (come ricostruisce l'Autore) i diritti umani vengono reintrodotti nel diritto internazionale all'indomani della seconda guerra mondiale nel tentativo di riaffermare, contro il nazismo, i presupposti etici delle democrazie liberali, allora non si potrebbe dar troppo facilmente ragione a Marcello Pera quando, nel suo ultimo libro, sostiene che persino nei documenti del Concilio Vaticano II risulta problematica la spiegazione del nesso tra diritti e persona (Marcello Pera, Diritti umani e cristianesimo. La Chiesa alla prova della modernità, Marsilio, Venezia 2015). I diritti umani sono infatti già parte integrante del presupposto etico (guadagnato fin dai primi secoli del Medioevo all'interno della comunità e del pensiero cristiano dell'Occidente in esplicito riferimento alla Rivelazione cristiana) che va sotto il nome di "persona" e  non ne costituiscono invece (come vuole Pera) una derivazione affrettata. 

Eppure, non è meno vero, secondo Reguzzoni, che il discorso sui diritti umani, pur fondato su quei presupposti etici, ha finito, nel corso della seconda metà del Novecento, per emanciparsi da essi, servendo da giustificazione di forme di liberalismo che legittimavano, proprio in nome dei diritti umani, comportamenti e pratiche in contrasto con quei presupposti etici: i diritti umani, fondati sul concetto di persona, cominciavano a essere utilizzati per giustificare pratiche e comportamenti in contrasto col concetto di persona. 

Il riferimento non è soltanto all'aborto, alla fecondazione artificiale e alla teoria del gender, ma anche alla rivitalizzazione dell'idea rousseauiana di sovranità popolare, presente nel filosofo statunitense John Rawls, nel momento in cui egli, grosso modo a partire dalla fine degli anni Sessanta, proponeva una teoria della giustizia svincolata dalle concezioni metafisiche del bene umano e giustificantesi unicamente in forza di un accordo sulle procedure legislative. Secondo Reguzzoni, il risultato di una filosofia politica, come quella rawlsiana, che vede come unico modo per promuovere una convivenza tra identità culturali e religiose (spesso radicalmente diverse) quello di mantenerle in vita soltanto al livello della vita privata dei singoli, non può che essere la religione civile. O meglio: un tipo molto particolare (rousseauiano) di essa. 



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