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LETTURE/ Ferrari e Testori, imparare (di nuovo) la carne e la dolcezza

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Gaudenzio Ferrari, Il Buon ladrone, Sacro Monte di Varallo (Immagine dal web)  Gaudenzio Ferrari, Il Buon ladrone, Sacro Monte di Varallo (Immagine dal web)

Con Il gran teatro montano Gaudenzio uscì dal cono d'ombra in cui una critica egemonizzata dai valori fiorentini l'aveva relegato. E vi esce grazie ad un libro che non vuole avere la pretesa di sistematicità che hanno in genere le monografie di storia dell'arte. Come spiega bene Giovanni Agosti, che ha curato in modo appassionato e impeccabile la  nuova edizione, questo è un libro aperto, un libro che assomma saggi, visioni, intuizioni in un crescendo che è molto simile al crescendo della vita. Non a caso questa edizione si arricchisce anche degli scritti che Testori ha dedicato a Gaudenzio successivamente al 1965. Sono scritti diversi, perché retrospettivamente raccontano l'epopea di quelle scoperte, che poco alla volta avevano ricomposto la fisionomia di quel grande protagonista del Cinquecento italiano. C'è ad esempio l'articolo che a Natale del 1975 uscì sul Corriere della Sera, in prima pagina. "Natale al Sacro Monte di Varallo", è il titolo: un invito appassionato ad andare e scoprire quel luogo, meraviglioso per ragioni artistiche e per ragioni umane. «Ma bisogna andare lassù, in quella nullità di tutto, per capire cos'è questa madre…» scrive Testori, in riferimento alla Madonna della Natività; «(per capire) di che amore, di che trepido, verecondo e purissimo orgoglio trema davanti al figlio appena nato! Canto d'un bene che a noi sembra perduto per sempre, ma la cui umile altezza riesce ad offrirci ancora qualche baluginio di speranza…».



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