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LETTURE/ Crac bancario, quando la "società civile" dimentica le domande giuste

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Luigi Sturzo (1871-1959) (Immagine dal web)  Luigi Sturzo (1871-1959) (Immagine dal web)

Per Tommaso "civile" è un tutto organico che risponde al diritto naturale ed è interpretato in chiave politica. Con la modernità, abbiamo il "civile" mostruoso di Hobbes che, per evitare la guerra di tutti contro tutti, reclama l'intervento di Leviathan; quello di Locke e di Smith che si risolve nel mercato, ma che non può vivere senza lo stato; quello di Hegel che esprime un momento della dialettica che si invera nello "Stato", e poi abbiamo Marx, per il quale il "civile" è la rappresentazione della pretesa borghese che sarà necessariamente spazzata via della ineluttabile presa di coscienza di classe da parte del proletariato che, per mezzo del partito, porterà a conclusione il corso della storia, instaurando il comunismo. Poi abbiamo il civile per Tocqueville, per Rosmini, per Sturzo e via dicendo. 

Ecco che sorge spontanea la domanda: a quale idea di "civile" si fa riferimento quando si rivendica un maggior coinvolgimento della società civile nella governance bancaria? Ad Aristotele? Allora tutto è politica; a Tommaso? Allora si apre il problema del rapporto con il corporativismo. Escludiamo Hobbes, Hegel e Marx per ovvie ragioni, restano Locke, Smith e Tocqueville, ma a questo punto il "civile" è espresso dall'ordine di mercato e perché mai distinguere "mercato" e "società civile"?

Questa pedante rassegna credo sia necessaria per esprimere la difficoltà di maneggiare un'espressione così polisemica come appunto "civile".

Un'interessante interpretazione della nozione di "civile" ci viene offerta dall'analisi di Sturzo. Per Sturzo "civile" è l'insieme delle forme sociali primarie e secondarie che interferiscono tra di loro. Le forme primarie per Sturzo sono la famiglia, la religione e la politica e tra le secondarie (non in termini d'importanza, ma perché trasversali alle primarie) indica la comunità internazionale e l'economia. Questo significa che il "civile" non si risolve nel politico, ma resta un'entità plurale, poliarchica e irriducibile a qualsiasi forma sociale che non sia la persona ed è chiamata a svolgere il ruolo di argine critico alle pretese onnivore di chi detiene il potere. 

Secondo la prospettiva sturziana, il "civile" non si oppone al "mercato" e quest'ultimo non si oppone al "politico" (stato). "Civile" indica la galassia nella quale troviamo il mercato e lo stato, ciascuno con le proprie funzioni. La prospettiva teorica, in ambito economico, che tenta di incarnare questa idea sturziana di "civile" è l'economia sociale di mercato, la quale si fonda su tre principi: 1. La dimensione poliarchica della società civile e del conseguente bene comune (irriducibili alla dimensione politica); 2. Il principio di sussidiarietà come principio d'ordine (orizzontale e verticale); 3. Il rifiuto della discrezionalità politica nell'organizzazione del mercato (costituzione economica).

Ciascuno dei tre suddetti principi esalta la dimensione "civile". Questa è la prospettiva sturziana, profondamente debitrice della riflessione vichiana e rosminiana, che la teoria ordoliberale e dell'economia sociale di mercato hanno avuto il merito di preservare e di aggiornare. 



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