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LETTURE/ Noi, peccatori baciati dal Padre

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Ludovico Carracci, Cristo e la Cananea (1593-4, particolare) (Immagine dal web)  Ludovico Carracci, Cristo e la Cananea (1593-4, particolare) (Immagine dal web)

Ogni essere umano coltiva l'attesa della misericordia. Fin dai primi passi nell'esistenza, non possiamo sfuggire al bisogno di un abbraccio pienamente materno, fatto di totale gratuità, di vera compassione e di perdono. La scena della pietà di Maria piegata sul corpo straziato di Cristo deposto dalla croce è forse l'emblema più commovente di questa dinamica dell'amore che attraversa persino la parete buia della morte. Il tema evangelico del ritorno del figlio vagabondo e ribelle alla casa del padre che non aveva mai cessato di volere il suo bene rimanda alla medesima esperienza radicale: l'uomo è bisogno, attesa di un bene da compiere, ma questo bene ci viene donato, si comunica a noi a partire da un Amore che ci precede. A Lui spetta l'iniziativa decisiva.

La tradizione cristiana ha sempre guardato alla realtà della misericordia leggendola in primo luogo dal punto di vista di Dio. Più che ad agire in prima persona, l'uomo si è trovato chiamato ad accogliere una promessa di vita nuova a cui prima di tutto aderire. E solo immergendosi nel respiro di una relazione di cui un Altro tiene i fili ultimi possiamo diventare, a nostra volta, balbettanti moltiplicatori dell'irraggiamento della carità in ogni ambito che ci circonda.

Il tema della misericordia costringe a ribaltare il primato presuntuoso dell'io soggettivo. Nel cuore della nostra mentalità postmoderna, l'io è ciò che determina il destino dell'individuo e modella la forma della scena del mondo. Si tratta invece di passare dal culto della falsa onnipotenza dell'ego all'umile realismo oggettivo imposto dal dato che non siamo noi i padroni esclusivi del nostro essere, e tanto meno del nostro futuro. Il bene, la gioia e la salvezza della vita, ciò che ci può soddisfare e rendere felici, ci vengono offerti come possibilità. Dipendono da qualcosa d'altro, fuori di noi, che viene prima di quanto possiamo realizzare con le sole nostre mani. La vita non è a nostra totale disposizione: noi per primi apparteniamo, siamo discendenza e frutto. Siamo generati. E la dimensione più naturale che rispecchia questo nostro essere il prolungamento di un amore che ci scavalca è, alla fine, solo la riconoscenza.

In pratica, la realtà stessa delle cose invita a rimettere al centro il senso della dipendenza da Dio, creatore amoroso, che cerca la risposta di adesione filiale della creatura. Il miope narcisismo dell'autoesaltazione ingenua deve lasciarsi riconvertire: questa sfida è uno dei grandi fili conduttori del magistero della Chiesa dei nostri ultimi tempi. La misericordia riscoperta come piena rivelazione del vero volto di Dio in dialogo con il desiderio inscritto nel cuore dell'uomo si è riappropriata della sua matrice "divina" nel modo in cui l'ha rilanciata Giovanni Paolo II. Dio-carità è stato il potente avvio dell'insegnamento più autorevole di Benedetto XVI. Ora si prosegue, con altri accenti ancora, nel solco del continuo rinvio di papa Francesco al perdono incondizionato dell'Amore che oltrepassa ogni fallimento, ogni senso di colpa dell'uomo prigioniero della sua clamorosa inadeguatezza. 



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