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LETTURE/ Péguy contro i nemici del miracolo

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Charles Péguy (1873-1914) (Immagine dal web)  Charles Péguy (1873-1914) (Immagine dal web)

Certo! È proprio quello che dice Péguy. Non è che lui ritenga che tecnicamente si possa fare… A lui spiace e denuncia che ci si comporti come se fosse possibile! Però, sia come oggetto che come metodo, la realtà ci supera sempre. Come oggetto, perché comunque anche quelli che ne affermavano la possibilità, mai avrebbero saputo immaginare la varietà e quantità di modi con cui la realtà li superasse: gli eventi superano sempre, l'oggetto della storia, per quanto tu possa dire tutto, ti supera da ogni parte… E poi c'è l'altro aspetto cui accennavi: che sì, è un atto nuovo. Presumiamo — è impossibile, ma diamolo un istante per possibile — che io abbia una biblioteca che esaurisce tutto un dato argomento: nel momento in cui io metta a leggerla, sto già facendo un atto nuovo, creativo. Péguy dice infatti che i suoi stessi avversari, nel momento in cui prendono la penna e si mettono a scrivere, sono contraddittori con ciò che affermano. 

 

Una simile contraddizione sembra possibile solo trascurando la presenza dell'Essere come dato di fatto. Ed è interessante, pensando ai giorni nostri, come Péguy rilevi da un lato l'imbarazzo di Dio che l'uomo moderno vive e dall'altro una presunzione prometeica che dal singolo uomo sembra spostarsi nel metodo…

Sì, adesso che la storia è diventata più "scientifica", questi storici dovrebbero essere più umili... La questione è che la presunzione si è spostata nel metodo perché dalla ricerca quotidiana si è spostata alla prospettiva di fondo. Nella ricerca quotidiana sei molto umile: impari, sbagli… Ma il metodo in sé è un metodo che porta la presunzione di essere più grandi di Dio. È come se ogni giorno tu accettassi di sbagliare, cadere, ripartire, di essere fallibile, ma con l'idea di fondo che zitto zitto, giorno dopo giorno… Ma forse questa ce l'abbiamo tutti, perché davvero siamo moderni: la tentazione di porre nel metodo l'antico orgoglio prometeico. 

 

In questa descrizione mi sembra emerga l'illusione, o meglio il mito, di una oggettività senza libertà, cioè dell'esistenza di verità che non richiedano all'uomo di essere riconosciute per essere praticabili. Io credo che valga persino per le così dette scienze dure… Un atomo è un atomo, il microscopio ti aiuta a vederlo, ma non esiste nessun atomo che ti "sbatta in faccia" il suo essere atomo se tu non sei disponibile ad accettarlo.

Sì, io credo che ogni dominio implichi che la realtà sia un'interrogazione, una provocazione alla nostra libertà. Nell'atomo e a maggior ragione nella storia di un uomo o di un popolo.

 

Quindi senza libertà non c'è vero accesso alla conoscenza? Cioè, non si tratta di "che cosa fare" con la conoscenza, ma della stessa possibilità di accedervi?

Certo. La realtà interroga la libertà. Se non c'è questa libertà, non c'è vera conoscenza. La stessa esperienza ce lo dice: infatti Péguy non dimostra, dice "solo" che gli stessi positivisti non possono che comportarsi così. Quando nelle pagine finali dice che "siamo davanti a uno spettacolo immenso, di cui non conosciamo che effimeri incidenti" è proprio una provocazione a lavorare liberamente e seriamente, un invito a continuare a metterci in gioco, a riconoscere che non è mai finita.



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