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LETTURE/ Péguy contro i nemici del miracolo

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Charles Péguy (1873-1914) (Immagine dal web)  Charles Péguy (1873-1914) (Immagine dal web)

Ci sono occasioni in cui la sorte fa incontrare persone capaci di unire studio e vita, profondità e semplicità, con la massima naturalezza. Giorgio Bruno, insegnante di storia e filosofia in un liceo classico di Torino, è una di queste figure e dialogare con lui intorno a Charles Péguy e al suo Zangwill, da lui ritradotto recentemente dopo decenni di oblio editoriale (Charles Péguy, Zangwill, Marietti, Milano 2015), lo mostra con evidenza. Perché quella che dovrebbe essere un'intervista sul lavoro svolto diventa, grazie alla sua chiarezza e al suo desiderio di confronto, un dialogo a tutto campo su quelli che sono i temi portanti dell'opera: la scientizzazione della storia e l'illusione di dominare ed esaurire il sapere; il rapporto tra libertà e conoscenza; quello tra soggettività e oggettività, tra possibile e probabile.

 

Michelet, che tu citi nell'introduzione, afferma che "la storia è una Resurrezione", intendendo la possibilità di "vivere e far vivere". Uno studioso ingiustamente misconosciuto come Rodolfo Quadrelli, dal suo canto, individua uno dei mali del pensiero moderno nell'identificazione tra possibile e probabile, nell'intendere cioè come possibile soltanto ciò che è predeterminabile deduttivamente dall'analisi dei fatti noti. Come se si opponessero da un lato uno sguardo sintetico all'oggetto, quindi la libertà come parte fondamentale dello stesso processo di acquisizione e lettura del dato e la possibilità come esito storico; e dall'altro l'analisi, o quella che Péguy chiama "l'indefinitezza del dettaglio", la meccanicità e la probabilità. È questo il punto di fuoco del saggio?

Sì, credo che sia proprio il punto-chiave: il "tutto può succedere" in alternativa a una catalogazione analitico-sommaria. Péguy con questo saggio intende denunciare un progetto culturale ben definito, che lui fa risalire a Taine e Renan, ma che storicamente lo porterà a battagliare soprattutto con i loro discepoli. Un progetto che acquisisce i metodi scientifici e positivisti e che li trasferisce nell'ambito della storia, più propriamente della storiografia. Direi quindi che sì, possiamo riassumere la polemica di Péguy nell'opposizione tra il "tutto può succedere" e una visione meccanica, e perciò analitica, sistematica e onnicomprensiva. È interessante perché è sempre attuale, in fondo noi abbiamo sempre la presunzione che la conoscenza possa divorare tutto: è una tentazione che l'uomo ha in tutte le stagioni, dalla gnosi a un film di cassetta come Lucy di Luc Besson uscito l'anno scorso.

 

Ma questa difesa dell'inesauribilità dell'oggetto, in fondo, non è una difesa della presenza del soggetto? Mi spiego: se fosse realmente possibile studiare un fenomeno fino al punto di dire "ora ne sappiamo tutto", io che arrivo un istante dopo questa certificazione di onniscienza, non è come se non esistessi? Perché se invece io esisto — e sono un qui e ora in divenire — allora nel momento stesso in cui io mi metto a studiare questo fenomeno presuntamente conosciuto, sto già facendo una cosa nuova, un atto nuovo, una storia nuova…



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