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LETTURE/ In Natali ingordi e privi di perdono, quel Bimbo colma il nostro vuoto

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Giovanni Testori (1923-1993) (Immagine dal web)  Giovanni Testori (1923-1993) (Immagine dal web)

L'inviato della Stampa Domenico Quirico, tornato dopo due anni nei luoghi terribili della sua prigionia siriana, così condensa alcune impressioni: "Sento l'eco di ciò che ho provato anche io: essere immobile ad aspettare un annuncio di liberazione, del cibo, qualcosa, qualcuno. Aspettare, vedere; destino. Questa società conserva dentro di sé quel momento iniziale che si rinnova e ricomincia ogni giorno, il suo seme anche quando è diventato una complicatissima pianta. Fissare quel seme per non perdersi". Vale per la Siria, vale per il nostro mondo, alle cui rive arrivano esuli e bombe. Fissare un seme. E' quello che fa Maria nella Cappella degli Scrovegni, guardando fisso negli occhi quel bambino che è in fasce, ma anche in un sudario, lei che è vestita di un manto dello stesso colore del cielo che la sovrasta, ad indicare che il cielo è sceso in lei e, in quel bambino, si è impastato di terra. Per non perdersi, fissa quel seme che è suo figlio. Chissà se si è mai sentita, poi, scappando in Egitto, come quella giovane donna sotto la coperta isotermica dorata. Chissà se aveva nel cuore il peso dei santi Innocenti, di tutti quelli che ha accolto il mare, o che il destino ha preso, a Sandy Hook come a Beslan, o nell'oceano immenso della nostra distrazione. Certo è che aveva tra le braccia una piccola cosa fragile, un bambino, il suddito più lontano di un imperatore che aveva in pugno il mondo, e che tutta la promessa che le era stata raccontata fin da piccola era lì, tra le sue braccia, in mezzo al niente. 

"Forse, in Natali ingordi e privi di perdono, in Natali, alla fin fine, disperati, come quelli che stiamo vivendo, la prima cosa da fare è lasciar che riaffiori la nostalgia che (…) giace ancora sepolta in noi", scriveva Giovanni Testori, la Vigilia di Natale del 1983, sul Corriere della Sera.

Prima del Natale c'è la nostalgia per la luce che deve venire, e che tutti aspettano, qualunque nome le diano. Come duemila anni fa, forse, dove la Storia faceva i suoi grandi conti, e da un bambino appoggiato in una scatola di cartone nacque il racconto dei racconti, che costrinse l'umanità a cambiare il metro al tempo. Pasolini, che amava la carne della vita in profondità, senz'altro pudore che quello dell'abisso, immerso in quella nostalgia scriveva a Maria Callas "al posto dell'Altro/ per me c'è un vuoto nel cosmo/ un vuoto nel cosmo /e da là tu canti". Che sia un bambino l'antidoto al vuoto, questo è il vero scandalo del Natale.

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