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LETTURE/ Miguel Mañara, imparare il "giusto peso delle cose"

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Quando nel mistero di Milosz Miguel Mañara l'abate introduce il protagonista alla pazienza della vita monastica, lo ammonisce così: "Voi non siete venuto qui, signore, per essere torturato. La vita è lunga, qui. Occorrono un'infanzia e un'educazione, una giovinezza e un insegnamento, una maturità ansiosa di conoscere il giusto peso delle cose, ed una lenta vecchiaia, innamorata della tomba".

La poesia suggerisce spesso qualcosa di più della lettera del testo e in questo caso le parole dell'abate non sembrano riguardare soltanto il monaco, ma la vita di ogni uomo. Nessuno viene al mondo per essere torturato, anche nei casi più dolorosi di infermità o di miseria. La nascita è il primo atto di una vita buona, è la promessa di un cammino che si apre su un mattino in cui la luce ha già vinto l'oscurità della notte. Il tempo che passa scandisce i passi di una via che può trovarci "sia tra due siepi di gelsomino, al braccio di una fanciulla, sia da soli tra due file di tombe allineate" e nell'esistenza di ognuno ai periodi di incanto si succedono quelli del dolore. All'impeto dell'infanzia e della giovinezza segue la calma dell'età adulta: una maturità ansiosa di conoscere il giusto peso delle cose, così viene definita nelle parole rivolte al brillante cavaliere, toccato dalla Grazia e deciso a mutare vita.

Che immagine pacificante di prudenza e di operosità si trova in questa frase. Essa non indica la figura di un uomo preda del disincanto, di uno che sa ormai tutto della vita e si siede sulle certezze guadagnate nel corso di anni ricchi di successi e di sconfitte. Disegna invece una persona in cammino, che sa dove va e nello stesso tempo è attenta a ciò che incontra lungo la via e assegna alle cose il valore che si meritano al fine di raggiungere la meta. 

Non è neppure la stretta misura del calcolo, quanto piuttosto una sorta di profondità serena con la quale si guarda la vita e la si giudica per quello che è, un dono ricevuto con il compito di restituirlo accresciuto del proprio apporto. Non è nemmeno l'assenza di passione, ma anzi un'intensità di relazione con tutto ciò che esiste, perché è tenuto in vita da un amore più grande e ad esso rimanda. Un uomo così non si attarda sul lamento delle cose passate irrisolte e di quelle presenti che possono diventare un inciampo. Cammina portando il peso della giornata, con la leggerezza di un passo governato dalla speranza e illuminato dalla gioia.



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COMMENTI
26/12/2015 - cioni (Maurizio Vitali)

Ottimi spunti che mi invogliano - alla mia età, in bilico tra una maturità chissà se raggiunta, un'infanzia chissà se superata (spero di no) e una vecchiaia chissà se iniziata (sia come sia) - a rileggere il MIguel Manara.Thank's Laura. Grazie specialmente per il richiamo alla via tra filari di gelsomini o tra filari di tombe. Nella canzone Rien ne va plus, che Jannacci ha scritto negli ultimi anni della sua vita pensando a vita e morte di Pantani, c'è un verso assai simile, ripetuto due volte in parti diverse della canzone, dove ci sono i gelsomini e... le mosche; e dove la vita è talvolta una bella fontana talaltra una brutta puttana: "bella fontana ch'è la vita/ vive tra mosche e gelsomini...."/ "brutta puttana ch'è sta vita/ vive tra mosche e gelsomini...". E comunque, a un certo punto, cioè adesso, rien ne va plus. Non si può (più) barare.