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ARTE/ Letizia Fornasieri, la pittura che "canta" prima della forma

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Da un'opera di Letizia Fornasieri, particolare (Immagine d'archivio)  Da un'opera di Letizia Fornasieri, particolare (Immagine d'archivio)

Non lo so, ditelo voi. Chi guarda i miei quadri dice cose che io non ho pensato o che magari non riscontro, no? Perché il quadro apre delle risonanze che sono proprie dell'osservatore, che vanno a pescare nell'unicum, nella vita di ciascuno, che non sono mie. Io non so se c'è qualcosa. Sicuramente la realtà ha un segreto. Io dico che ha una Ragione, con la r maiuscola, e il mio intento nella pittura, e nella vita, è sempre stato quello di assediare la realtà per costringerla a sputare la sua ragione. Ecco, io non direi che c'è una cosa oltre, sopra o di lato. C'è una cosa dentro. Mi viene sempre in mente un'altra affermazione di Giussani quando diceva che segno e mistero coincidono. Dobbiamo ricordarlo. E' vero che il mistero coincide con il segno, ma il segno non esaurisce il mistero. Però se non è nella lattina che ho davanti, nella situazione che vivo, nei fatti di Parigi, nel mio coniglio di casa che mi viene lì quando gli do da mangiare, dov'è questo Segreto, questa Ragione? Il pensiero non è solo nel pensiero, perché io faccio l'esperienza che il pensiero non riesce a sistemare la vita. 

 

Una frase di san Gregorio di Nissa dice pressappoco che "I concetti creano gli idoli, solo lo stupore invece conosce". Si tratta di questo?

Don Giussani diceva che la logica della ragione è una profonda simpatia, ed è anche la logica della conoscenza. "Per conoscere bisogna provare una grande simpatia, una profonda simpatia per qualcosa o qualcuno. Il passo successivo alla conoscenza è la moralità, perché se uno conosce una cosa vera è tutto teso ad andarle dietro". Come accadde per i due discepoli rispetto a Gesù. "La logica della moralità è osservarlo", spiega Giussani, e mi ha colpito moltissimo, perché vuol dire che uno è morale, non se fa le cose bene o giuste, ma se osserva qualcuno. Ci vuole nella realtà qualcosa di così interessante da guardare e seguire. Io ritengo che in questo mio nuovo lavoro ci sia questo di antico, che c'è sempre stato in me, cioè di guardare quello che c'è. Ciò è profondamente diverso dall'atteggiamento conoscitivo dei nostri secoli e decenni, in cui si dice che la conoscenza deriva dal pensiero. E quando tu dici che l'arte contemporanea, spesso ma non sempre, può ridursi all'illustrazione di un'idea è verissimo. Magari è anche un'idea giusta, ma la grande differenza è che non c'è lo stupore, non c'è lo stupore di fronte a qualcosa di nuovo. 

 

Com'è stato possibile fare così tante opere in un anno e molte di alto livello, tanto che sono state quasi tutte vendute? Che segreto c'è, se c'è? Potremmo anche dire: "come si rinnova la persona nel suo desiderio di dire qualcosa al mondo"?

Questa è una domanda che mi consente di esplicitare le due motivazioni per cui è nata questa mostra. La prima è che la persona, l'io, si rinnova e l'esito si vede innamorandosi di qualcuno o di qualcosa che accade e non di qualcosa di cui uno mette in atto una strategia, un percorso pensato. Ed è accaduto che io mi innamorassi di questi amici, di questo Valerio, che mi hanno invitato nella campagna senese. Questa mostra nasce da quest'amicizia con queste persone che mi hanno introdotto a un mondo a me sconosciuto. Io non sapevo che cosa fosse una vigna, un vigneto, come si facesse il vino, come fossero le ginestre, non sapevo che gli ulivi non si tagliano quando piove, che non si va in campagna ad arare quando piove. 



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