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LETTURE/ Zagrebelsky, se i poteri della finanza hanno distrutto la politica

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Gustavo Zagrebelsky (Infophoto)  Gustavo Zagrebelsky (Infophoto)

E' interessante come Zagrebelsky si richiami, rispetto a questa neutralizzazione e "spoliticizzazione" della politica ad opera della tecnica e (nei nostri giorni) della finanza, al Carl Schmitt del 1929 (Das Zeilalter der Neutralisierungen und Entpolitisierung) che vedeva nella Russia comunista l'esempio più perfetto della tecnocrazia e della morte della democrazia, salvo poi che la reazione a quel materialismo avrebbe portato intellettuali come lo stesso Schmitt ad aderire a regimi altrettanto totalitari (ivi, pp. 106-107). Se il presente di Schmitt faceva intravedere che le vecchie diatribe, destra-sinistra, conservazione-rivoluzione, si sarebbero dissolte al sole delle tecnica e che i governanti si sarebbero ridotti a semplici "élites del tutto occasionali, fluttuanti" (ibidem), oggi quella profezia, diversamente dalla società consumistica di beni "reali" che ha trovato la sua piena realizzazione negli ultimi anni del Novecento, mostra che il segno del nostro tempo — dice Zagrebelsky — è invece finanza che produce finanza, denaro che produce denaro (ivi, p. 108).

Scrive il noto costituzionalista: "Ci furono tempi in cui ci si combatteva in nome dei propri dèi, dei propri principi, delle ideologie, delle utopie, della gloria e della potenza delle case regnanti o delle Nazioni o degli Stati, e per sostenere queste azioni occorreva denaro, molto denaro. Altri tempi. Oggi, ci si combatte per il denaro. Le guerre sono diventate guerre o 'tempeste' finanziarie che hanno anch'esse i loro generali (i finanzieri), le loro truppe (i "promotori finanziari"), le loro organizzazioni (gli istituti bancari), le loro vittime (i risparmiatori, i lavoratori che le operazioni speculative privano del lavoro). E hanno la loro arma: il denaro, arma e scopo" (ivi, p. 24). 

Il fine coincide con il mezzo, è una patologia, è autoreferenzialità, raffigurata dalla figura mitologica dell'uroboro, il serpente che, per nutrirsi, morde e mangia la propria coda. E' il ciclo denaro-potere-denaro che, come il serpente, non conosce sazietà, ma cresce crescendo (cfr. ivi, p. 28). Il Pericle di Tucidide, nell'epitaffio per i morti del primo anno della guerra del Peloponneso, rivelava una verità attuale: se il potere non si dà un fine che lo trascende, se le sue leggi non si identificano con il bene comune, non ci sono né politica, né democrazia (ivi, p. 21).

Se così stanno le cose, la sovranità va allora in mano ai creditori. Lo Stato, quel "dio in terra", è pur sempre come in Hobbes un "dio mortale". Lo Stato attuale non è più, agli occhi di Zagrebelsky, Stato sovrano, se la tecnica finanziaria ha sostituito la politica. Non è più ente necessario, se il linguaggio della sovranità ha ceduto il passo a quello del commercio (governance è un termine aziendalistico, non politico). Se questo è vero, la possibilità del fallimento dello Stato, che chinando la testa alla finanza è sempre meno depositario di decisioni politiche, è un concetto sconvolgente che ribalta "tutte le categorie del diritto pubblico che si sono formate intorno all'idea di sovranità". "Le ragioni della sua morte un tempo erano tutte di diritto pubblico, interno o internazionale: demoni interni, cioè lotte intestine, o dèi esterni, cioè sconfitte in guerra". Oggi quelle ragioni sono di diritto commerciale, cioè di diritto privato (ivi, p. 37). 



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