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LETTURE/ Zagrebelsky, se i poteri della finanza hanno distrutto la politica

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Gustavo Zagrebelsky (Infophoto)  Gustavo Zagrebelsky (Infophoto)

Dunque finanza contro democrazia. Di fronte ai colpi della necessità finanziaria la base parlamentare del governo viene meno e il governo stesso diventa tecnico-esecutivo, degli obblighi imposti dalla finanza. "I 'tecnici' si trovano negli 'esecutivi' che si appoggiano sugli 'advisory' e sugli 'executive boards', dietro i quali, a loro volta, ci sono centri-studi, commissioni, comitati di 'analisti'[…]"; e ancora tavole rotonde, conferenze, lectiones magistrales, interviste, "convegni per lo più promossi per dar prova di esistere" (ivi, p. 14). "'Executive' è sinonimo di successo. Sui treni ad alta velocità, la 'classe' superiore è la 'executive', affiancata dalla contigua 'business' (a nessuno è venuta in mente la 'legislative' o la judiciary'" (ibidem).

Che fare, si chiede Zagrebelsky, di fronte a tutto questo? Di fronte al capitalismo finanziario interpretato sempre più come una religione, come già Walter Benjamin ne Kapitalismus als Religion del 1921 aveva intuito, di fronte alla finanza ruggente ci possono essere solo "eretici". Il capitalismo finanziario "ha i suoi templi (Wall Street o Piazza Affari), dove gli adepti, perfino i capi di governo, si recano per 'fidelizzarsi' e ricevere la consacrazione; […] propagandisti e missionari (i brokers), le sue Inquisizioni (le agenzie di rating), promesse di vita futura indefinita, se non proprio eterna. In breve, anche se ateo e nichilista, può essere assimilato a una religione, con la sua ortodossia di cui la moneta è il simbolo. Ha le sue liturgie, celebrate in occasioni rituali, meeting, conferenze, forum cui partecipa un pubblico selezionato di persone di sicura fede o da conquistare alla fede" (ivi, p. 111).

Che fare dunque? Più che dividersi in ottimisti e pessimisti, per Zagrebelsky è più utile distinguere gli sciocchi dai non sciocchi. "Gli sciocchi, nel campo della politica, sono coloro che tanto affanno si danno per conquistare un ormai evanescente potere, e in tanto affanno consumano le proprie forze. Sembra che l'assurgere ai posti di governo sia per loro l'appagamento di un'ambizione che riempiono di allegra spensieratezza e di retorica felicità fatta di niente. Ancora più disperante è che questa leggera, fatua e insulsa allegrezza, che fluttua di qua e di là per tentare di durare ancora sempre un giorno in più in attesa della catastrofe, senza alcun serio, costante, coerente e maturo impegno per un'opera degna della parola politica, incontri il consenso di quanti si fanno sedurre da uno spettacolo i cui attori sono tanto prodighi di rassicurazioni quanto vuoti di convinzioni" (ivi, p. 113).

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