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ARTE/ Il coraggio di Cimabue e l'errore di Dante

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Cimabue, Madonna dei Servi (seconda metà del XIII sec.)  Cimabue, Madonna dei Servi (seconda metà del XIII sec.)

Il racconto va avanti. Anche nel manto blu notte della Madonna ci sono varie lacune, perché ci sono stati molti che, nei secoli, volevano che la loro candela le ardesse più vicino di tutte le altre, che le loro domande fossero così vicine da bruciare. Le ferite nel manto sono il segno di queste fiamme. Alla luce ultravioletta, poi, il volto e il corpo del Bambino e della Vergine sono fitti di piccolissimi buchini chiusi dai restauri. Che cos'è questa lebbra nascosta ai nostri occhi, e chi l'ha generata? La risposta è l'irriverenza degli amanti che, con la loro fiducia totale nella Madre, hanno riempito di "pizzini" (così li chiama Tarozzi, per spiegarci che si tratta di bigliettini di richiesta fissati con spilli ovunque ci fosse un posto libero, soprattutto sul corpo del Bambino) la parte della pala libera dalla copertura tardo-cinquecentesca del Passerotti, che l'aveva trasformata, con una sovraccoperta di tela, nella Madonna dei Profeti. Scopriamo che la devozione a questa immagine, a quanto pare, è addirittura antecedente a quella della Madonna di san Luca, e ha plasmato anche architettonicamente un intero isolato della città medievale. 

Gli amanti irriverenti sono quelli che osano chiedere grazie particolarissime, e che devono stare il più vicino possibile al viso, alla bocca, ai capelli dell'Amato e di sua Madre, in modo da poter tirare un sospiro di sollievo, quando escono, sapendo che la loro supplica è al posto giusto, come i trovatori e i poeti medievali che parlano della propria follia d'amore.

La stessa amorevole irriverenza sta portando l'équipe dei restauratori (in un lavoro serratissimo di confronto e nudità intellettuale, nella consapevolezza di essere al servizio dell'opera e di chi la guarda) a decidere di reintegrare alcune delle lacune del manto, in modo che non siano immediatamente riconoscibili, per non interrompere la bellezza verticale della caduta del manto, in un punto in cui c'è la certezza di quale fosse il dettato dell'originale perduto. Una bestemmia, certo, in termini di storia e filologia del restauro. Ma Tarozzi non ha paura di quello che sostiene, perciò intende questo restauro come una proposta che potrà essere cambiata con grande facilità da chi interverrà dopo di lui. C'è però un'autorità che lo conforta in questa scelta, ci dice: l'autorevolezza della figura umana. L'autorevolezza della figura umana di lei, e del suo autore, che per primo ha rimesso la carne (mani, ginocchia, gomiti, il seno a cui si appoggia il Bambino) sotto ai tessuti delle immagini sacre.

Il nostro tempo è scaduto, e usciamo, ma non riusciamo a smettere di fargli domande, pieni come siamo di tutte queste storie che ci risuonano dentro. Mentre lo ascolto parlare fuori, sul marciapiede stretto di Riva di Reno, di altri amori, di Iosselliani e della Persia antica, del farsi che ha imparato lavorando in Iran, dell'amore per la propria laicità, che diventa amore per la verità che ci comunica la storia dell'arte, capisco che il sangue che ribolle nelle vene, la gioia di questo tardo pomeriggio è per la Maestà di Cimabue, sì. Ma anche per la maestà di quest'uomo che, ferocemente innamorato di ciò che gli dona il suo lavoro, scopre più cose con l'amore che non con la tecnica, mettendo l'una al servizio dell'altro. 

 



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