BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

ARTE/ Il coraggio di Cimabue e l'errore di Dante

Pubblicazione:

Cimabue, Madonna dei Servi (seconda metà del XIII sec.)  Cimabue, Madonna dei Servi (seconda metà del XIII sec.)

Da ottocento anni abita a Bologna una donna straordinaria, che la città conserva gelosamente. E' la "Madonna dei Servi" di Cimabue, oggi ospite alla Raccolta d'Arte Lercaro di Bologna, perché bisognosa di cure, prodigatele dalle mani capaci di un'équipe di restauratori coordinata da Camillo Tarozzi. Con felice intuizione, la Lercaro ha deciso di aprire al pubblico, gratuitamente, il restauro in atto. 

C'imbarchiamo così, un po' in sordina, in quest'avventura quando già la sera allunga le mani sul pomeriggio d'autunno. Dal traffico ci immergiamo nel silenzio. A guidarci è proprio il suo restauratore, che, come un fiume in piena, comincia a offrirci tutto quello che sa di lei, come si sa di una persona di casa. L'ora che abbiamo non basterà. Comincia sgridandoci bonariamente per la nostra distanza (ci eravamo diligentemente accomodati sulle sedie), e ci invita a sederci per terra, su antichi tappeti, ai piedi di lei, quasi ad entrare nel tempo che lei ci detta. Non è la prima volta che mi trovo davanti a un grande restauratore; succede sempre che ti costringono a spezzare quella barriera invisibile tra te e l'altro che è la reverenza per l'opera, a ricordarti che le tue mani, in fin dei conti, sono, benché molto meno abili, pari a quelle di chi le ha dipinte. 

Un'ora passa come un soffio, davanti a tanta ricchezza. Siamo invitati a spalancare gli occhi, a interrogare il dipinto e le sue molte lacune. La perdita forse più grave che notiamo subito è quella di un prezioso panno di damasco, in origine verde, di cui restano solo le bordure con frange e scritte in arabo, segno del sangue costantinopolitano e cosmopolita che scorre nelle vene di questa Madonna in trono. Si capisce che il gioco della tela doveva essere un fraseggio di avanti e indietro, dentro e fuori, attorno al maestoso cuscino rosso che le sostiene i fianchi. D'altra parte, Cimabue ha lavorato scoprendo l'esistenza dei piani. E' stato il primo che, in Occidente, ha trovato le trasparenze nei tessuti, e che ha provato l'impensabile, lavorando con tecniche d'avanguardia, causando così la perdita parziale della propria opera, come ad Assisi. Ha preso il rischio di lavorare con tecniche innovative, perché voleva, prima di Giotto, dare l'idea dell'imitazione della realtà in forma prospettica, in rottura con quell'Oriente alla cui fonte ha pure bevuto avidamente. Per questo ha "sbagliato" gli affreschi di Assisi, rischiando col bianco di piombo: per provare l'ancora intentato prima in arte. Giotto ha veramente camminato sulle spalle di un gigante; quelli che vengono dopo, ci ricorda Tarozzi, non sono mai giganti da soli, anche la storia dell'arte ce lo prova. Forse (pensiamo, guardando Lei) Dante ha sbagliato dicendo che "Credette Cimabue ne la pittura/ tener lo campo" (Purgatorio XI). Forse il campo l'ha tenuto davvero, Cimabue, non meno di Giotto. Il campo largo dell'occhio e della carne. 



  PAG. SUCC. >