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LETTURE/ Fadigati e quella nostra maledetta paura di perdere tutto

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Dopo La congiura delle torri, racconto collocato nella Bergamo medievale e lasciato con un finale aperto, ci aspettavamo il seguito. Invece il secondo romanzo di Francesco Fadigati, giovane sanremese trapiantato nella bergamasca, è ambientato ai giorni nostri. Racconta tre vite.

La prima è la vita di Satch, studente liceale, deluso dalla scuola, innamorato della sua chitarra e di Sofia, una ragazzina meravigliosa, che però chiede un appuntamento a Manuel, il bullo palestrato della scuola. La seconda è la storia di Alessandro, universitario, che d'improvviso decide di lasciare gli studi e di lavorare come soccorritore sulle ambulanze, affascinato dai racconti di Mattia, nei quali "gli era sembrato di sentire scorrere l'acqua di un fiume impaludato. I loro aneddoti universitari in paragone gli erano parsi pozzanghere di melma. E invece quegli spezzoni che Mattia aveva raccontato, con in mano il boccale di birra, le pupille ancorate in qualcosa di profondo: tutto ciò che comunicava sapeva di vero, di vita reale, di vita nel suo estremo essenziale". Infine c'è la vicenda del signor Nardi, che si risveglia dopo un lungo coma in un letto d'ospedale.

Le tre storie si sviluppano una accanto all'altra, un capitolo ciascuna. Per gridare la rabbia per la delusione di Sofia, Satch si rifugia in cantina, attacca la chitarra e mette l'amplificatore al massimo. Attirato dal frastuono, si affaccia un vicino, il professor Cortesi. Che comincia a mettersi a discutere con Satch di musica, lo invita a casa, gli presta un cd di grandi chitarristi… Satch, sorpreso, all'inizio sulla difensiva, poco a poco si deve arrendere: "Una sensazione si era impadronita di lui. Un calore nuovo gli sosteneva i polmoni. Aveva trovato uno che capiva. Che capiva ciò che lo aveva spaventato. Che non ne aveva paura, come tutti". E il professor Cortesi diventa per Satch un maestro da seguire.

Alessandro invece a Genova è un po' deluso. Gli capitano solo interventi di routine, niente vita spericolata, niente esistenze da salvare. Finché si ritrova nel bel mezzo dell'alluvione, in bilico fra la vita e la morte, fra vite strappate al fango e vite che dal fango vengono travolte. Intanto il signor Nardi, nel suo letto d'ospedale, comincia faticosamente a rimettere insieme i frammenti del passato, a ricostruire l'incidente a cui è miracolosamente scampato, a scoprire chi è la bella signora che regolarmente viene a trovarlo.

Mentre, in una pagina chiave del romanzo, il professor Cortesi legge Dante ai suoi alunni carcerati. E un giorno uno gli domanda se l'inferno c'è davvero. «Sì, Abu. L'inferno esiste. Ma non c'è bisogno di finirci dentro. Quando non vedi più nessuna possibilità. Quello è l'inferno. Quando credi che niente ti può più cambiare. Quello è l'inferno. Quando ti dai per spacciato. Quello è l'inferno. È il buio. È il buio che sembra vincere tutto. Ma se in questo posto buio fai una domanda del genere, vuol dire che ne stai già uscendo. Fu allora che disse: — Allora facci strada. A tutti. Aiutaci a uscire fuori da qui… Da questi luoghi bui. Poi riaprì il libro, diede un'occhiata alla sua classe a quei quattro detenuti che lo stavano a guardare; dopodiché riprese il passo che aveva appena letto, lentamente: Però, se campi d'esti luoghi bui/e torni a rivedere le belle stelle,/quando ti gioverà dicere "I' fui",/fa che noi alla gente favelle. Abu lo guardava. Con uno strano brillio negli occhi. Parevano stelle».



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