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LETTURE/ Viva la laïcité, anzi no: che cos'è vivo e cos'è morto dopo il 13 novembre

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Eugène Delacroix, Libertà che guida il popolo (1830) (Immagine dal web)  Eugène Delacroix, Libertà che guida il popolo (1830) (Immagine dal web)

Uno degli effetti più significativi degli attentati del 13 novembre per l'Europa stessa e per la sua autocomprensione è l'intensificarsi del dibattito sull'integrazione. E ci si accorge che in questo dibattito manca un elemento per niente secondario, che solo ora ritorna di primaria importanza: il "fattore religioso". Infatti, lo stato secolare europeo — che vedeva assicurata la libertà religiosa proprio attraverso l'esclusione della religione dalla sfera politica — non poteva contemplare nella religione un fattore specifico del problema dell'integrazione, in quanto gli era proibito di considerare la religione come fattore sociale tout court. In questa prospettiva, il modello francese poteva vantare di realizzare questa idea nel modo più puro, sebbene anche la laïcité francese consentisse notevoli eccezioni su questa linea. I modelli della Germania e dell'Inghilterra furono al contrario considerati quelli di una laicità "zoppicante", perché privilegiavano alcune confessioni cristiane. E in Italia è tutt'ora in corso un dibattito molto acceso sui privilegi della Chiesa cattolica.

Ma sorprendentemente è proprio il modello à la française — che aveva assicurato l'integrazione sociale tramite la forte affermazione di uno stato neutrale "al di sopra" dei conflitti religiosi, etnici e via dicendo — il primo a essere messo fortemente in dubbio dagli avvenimenti post 11 settembre 2001 che sono tragicamente culminati nel 13 novembre francese. Il fattore religioso, secondo questa prospettiva illuminista, appare un elemento di divisione tra gruppi ed etnie, e per questo non può costituire un principio pubblico: l'unità nazionale si stabilisce unicamente tramite la volontà comune di affermare i valori costitutivi francesi. Ma il "fallimento" di tale idea di integrazione, tramite l'affermazione di una "neutralità" esclusiva di qualsiasi religione, non è semplicemente il segno del "fallimento" di un modello preciso, bensì una domanda critica al principio di laicità in tutta Europa, nelle varie e molteplici forme in cui esso è realizzato nei suoi paesi membri. Non bisogna dimenticare tra l'altro che questo principio francese è soltanto la realizzazione più radicale di quella laicità che vale per tutti i paesi europei.

Da qualche tempo, infatti, notiamo nei parlamenti e tribunali di tutta l'Europa un significativo aumento di tematiche collegate alla religione e alla convivenza di gruppi religiosi nelle società che credevamo secolarizzate. Se queste istituzioni laiche si trovano sempre di più a dover decidere "in materia religiosa", non è questo già un superamento della laïcité? Non si tratta piuttosto di un coinvolgimento dello stato in una sfera dalla quale finora si è sempre distanziato nel nome di una neutralità indiscutibile? Invece si ritrova ora a dover regolare situazioni conflittuali nella società, come il problema dell'integrazione, in cui la religione assume un ruolo centrale. 



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