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LETTURE/ La fede e la parola: il cammino di Clemente Rebora

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Clemente Rebora (1885-1957)  Clemente Rebora (1885-1957)

Ci sono esperienze letterarie e umane che possono percorrere un tragitto contrario a quello della storia della nazione in cui si sono svolte. In questo modo, ad esempio, Tat'jana Kasatkina racconta la vita di Dostoevskij: da una parte la Russia dei suoi tempi percorreva la parabola della perdita della fede e della mentalità tradizionali, abbracciando successivamente la rivolta terroristica e rivoluzionaria per instaurare infine una dittatura atea e totalitaria che ha soffocato con il sangue e la violenza ogni posizione e ideale non allineato; dall'altra il grande scrittore, partendo da posizioni perlomeno agnostiche e dall'adesione agli ideali socialisti e rivoluzionari della giovinezza, giungeva, attraverso la sofferenza della prigionia in Siberia, alla riscoperta della fede e del cuore profondamente religioso del suo popolo. 

Nel suo piccolo anche la storia del poeta italiano Clemente Rebora compie un tragitto simile. Nato nel 1885 in una famiglia risorgimentista e mazziniana, totalmente avversa alla tradizione cattolica lombarda (Rebora era milanese e fu battezzato quasi clandestinamente, su insistenza di una nonna), attraversò la sofferenza dei primi anni del Novecento, fu ferito durante la prima guerra mondiale e visse un inquieto rapporto d'amore con la musicista russa Lidia Natus, con la quale convisse in Via Tadino a Milano, cosa che per quei tempi, persino per una famiglia laicista come la sua, era decisamente scandalosa. La profonda crisi che seguì a queste vicende, assieme alla conoscenza di persone che non lo abbandonarono a se stesso, gli permise lungo gli anni Venti di avvicinarsi alla fede cristiana, dei cui fondamenti era totalmente all'oscuro, e di abbracciare infine la vocazione sacerdotale nell'ordine dei Rosminiani. Fu quindi sacerdote negli anni Trenta, Quaranta e inizio Cinquanta soprattutto a Rovereto, quando si ammalò gravemente passando gli ultimi due anni infermo a letto a Stresa, dove morì nel 1957 e dove è sepolto.

La sua poesia non ha fatto che accompagnare la sua esperienza. Così la sua raccolta d'esordio, che è anche la più corposa, risale al 1913: si tratta dei Frammenti lirici, fortemente caratterizzati da uno stile dannunziano: d'altronde D'Annunzio è una presenza talmente ingombrante a quell'epoca che la storia dei poeti italiani del primo Novecento può essere raccontata come inesausto tentativo di liberarsi di quel padre-padrone la cui figura occludeva la vista di chiunque si azzardasse a mettere giù versi. Queste poesie però sono già pulsanti delle sue drammatiche domande di senso. Quasi dieci anni dopo, nel 1922, usciranno i Canti anonimi, seconda smilza raccolta con poesie del nuovo stile, più semplice e trasparente, di un Rebora che ha attraversato il lavacro della tragedia bellica e personale, a cui appartiene anche il suo testo più conosciuto, Dall'imagine tesa. Infine un lungo silenzio editoriale durato più di trent'anni, ma non compositivo: le ultime poesie, soprattutto la splendida raccolta dei Canti dell'infermità, che Giovanni Raboni considerava uno dei più bei libri della letteratura italiana, sono un canto a Dio, a Gesù e a Maria fatto da un uomo che, pur ferito e malato, non ha perduto la letizia e la luce della fede. 



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