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LETTURE/ Dal soviet all'euro (e al fast-food): ecco dove muore l'Europa

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Mostar, il ponte-simbolo sulla Neretva (Immagine dal web)  Mostar, il ponte-simbolo sulla Neretva (Immagine dal web)

Ricordiamo gli Europei di calcio del 2012 in Ucraina (ancora) e Polonia… nessuno, nel gotha del football, che si ponesse il tema della situazione reale di quei Paesi. Della difficile ricostruzione democratica della Polonia, a lungo incentivata da Giovanni Paolo II e non sempre tradottasi in istituzioni giuridiche rispondenti sul piano politico-statuale. Dell'elevata conflittualità civile in Ucraina. Gli unici refoli di dimensione umanitaria sono stati smossi dall'occasionale preoccupazione — in effetti, dimostratasi reale — del contingente aumento della prostituzione a "beneficio" del sollazzo degli uomini dell'Ovest. 

Ora, le agenzie di stampa ci costringono a misurarci con due contingenze. Innanzitutto, la posizione della Russia nello scacchiere politico internazionale. Magari non immune da isolazionismi, ma da reinserire nel quadro di una strategia comune, dove il governo moscovita appare persino avere più titolo a parlare di molti governi occidentali. E, non ultima, la progressiva scoperta di basi, campi di addestramento, centri di propaganda e quant'altro nel cuore dell'Europa carpazica, balcanica (dopo Trieste e fino agli Urali, si sarebbe detto una volta). 

Il vero interrogativo da porsi non è, però, a senso unico: che succederà? Molto più onestamente dovremmo avere il coraggio di chiederci: ma cosa sappiamo davvero dei nostri vicini di casa? 

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