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LETTURE/ Modiano, l'io è un mosaico da comporre

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Patrick Modiano, Nobel per la letteratura 2014 (Immagine dal web)  Patrick Modiano, Nobel per la letteratura 2014 (Immagine dal web)

Il libro di per sé tratta un tema cupo e assai triste che allude non solo alla memoria di un evento antropologicamente traumatico ma fornisce l'occasione all'autore di scandagliare qualcosa anche del proprio passato. Un viaggio a ritroso alla ricerca delle radici, non solo come ebreo ma come individuo. Appare evidente che Dora è un puro espediente per fare luce sulla sua storia soprattutto quando Modiano riporta le storie di altri tre scrittori (Friedo Lampe, Felix Hartlaub e Roger Gilbert-Lecomte) "finiti" proprio tra il 1941 e il 1945. Anch'egli in gioventù aveva tentato la fuga da una vita che non aveva forse molti legami sentimentali. Il padre, citato nel corso della narrazione in situazioni non proprio lusinghiere, si era allontanato da casa molto presto e non è una figura positiva. La madre, attrice di teatro, lo aveva affidato piccolissimo ai suoi genitori, fiamminghi, per inseguire la sua passione e la sua vita. Per Modiano l'idea di famiglia corrispondeva a un luogo senza punti fermi e la sua autobiografia, Un pedigree, altro non è che un tentativo di fermare, nero su bianco, non tanto "quello che ho fatto io, ma quello che i miei genitori hanno fatto a me". Come è facile immaginare, anche questo libro presenta personaggi, nomi associati a strade o piazze come tessere di un mosaico, nel tentativo di ricostruire la propria carta di identità in un tempo che ormai non esiste più.

E di ricerca di identità parla anche un altro libro, La rue des boutiques obscures (Missing person), scritto in prima persona da un detective privato che ha perso la memoria, libro che gli è valso il Prix Goncourt nel 1978. Anche qui il protagonista annaspa tra nomi, strade e ricordi artificiali, e il lettore viene avvolto dalla nebbia di un viaggio a ritroso. Sarà tutta finzione? Non è necessario essere ebreo per perdere l'identità, sembra suggerire l'autore, ed è proprio per l'orrore dello spodestamento dell'individuo che l'Accademia ha inteso premiarlo, con parole che un po' ricordano la motivazione che valse il Nobel a Herta Muller, un'altra scrittrice che con i brutti ricordi ha fatto un buon lavoro. Modiano è stato ricompensato per "l'arte della memoria con cui ha evocato i destini umani più inafferrabili". Ipse dixit Peter Englund (segretario dell'Accademia svedese) ben consapevole che questa scelta avrebbe provocato l'incredulità di molti, dello stesso Modiano per primo. "In Francia è rinomato ma all'estero pochi lo conoscono… è il Proust del nostro tempo", Englund avrebbe così battezzato il "nuovo" autore in una dichiarazione successiva, rafforzando le speculazioni di chi crede che sia abitudine dell'Accademia premiare autori che vendono poco. Senza voler togliere niente al meritevole Modiano, forse l'accostamento a Proust, che pure aveva usato lo scandaglio della memoria per donarci un quadro di una società ormai inesistente, risulta fuorviante.

Una delle sue fortune sembra essere stata la frequentazione di Queneau, amico della madre e docente di geometria alle superiori. Queneau lo introdusse al mondo letterario, cosa non da poco per un autore in cerca di collocazione, portandolo con sé a un party di Éditions Gallimard. Il resto sembrò facile per Modiano, autore di libri per bambini, sceneggiatore di diversi film (famoso per il controverso Lacombe, Lucien del 1978, diretto da Louis Malle), che ha sempre prediletto una narrazione breve e incisiva (i suoi libri non superano le 130 pagine). Schivo e riservato ha appreso del premio Nobel da una telefonata di sua figlia: si è dichiarato sinceramente curioso di andare a Stoccolma, a cercare un altro perché.

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