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LETTURE/ Madame Bovary, un amore orfano del Cielo

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 Isabelle Huppert è Madame Bovary nel film di Claude Chabrol (1991) (Immagine d'archivio)   Isabelle Huppert è Madame Bovary nel film di Claude Chabrol (1991) (Immagine d'archivio)

E, più avanti, esclamerà: "Quanta felicità in quei tempi! Che libertà, che speranza! Che ricchezza d'illusioni! Oggi, non restava più nulla. Le aveva consumate in tutte le avventure dell'anima sua, in tutte le situazioni successive, nella verginità, nel matrimonio, nell'amore; perdendole così, continuamente, nel corso della sua vita, come un viaggiatore che lasci un po' della sua ricchezza in tutti gli alberghi lungo la strada". 

Ormai neanche i segni della fede, ai suoi occhi, nell'inconsistenza che attribuisce loro lo scrittore, possono consolare il grido della donna: "Spandere ai piedi di Cristo tutte le lacrime di un cuore ferito dall'esistenza". "Essa non era felice, non lo era mai stata. Da che dipendeva quella insufficienza della vita, quell'istantaneo imputridirsi delle cose alle quali si appoggiava? … Ma se esisteva in qualche luogo un essere forte e bello, una natura valorosa piena di esaltazione e di raffinatezza a un tempo, un cuore di poeta sotto forma di angelo … perché non avrebbe dovuto per caso incontrarlo? No, impossibile! Del resto, nulla valeva la pena d'una ricerca, tutto era menzogna! Ogni sorriso nascondeva uno sbadiglio di noia, ogni gioia una maledizione, ogni piacere il suo disgusto, e i baci migliori lasciavano, sulle labbra, soltanto il desiderio irrealizzabile di una voluttà più alta".

Così si conclude la vicenda della povera e sventurata Emma (direbbe Manzoni); è certo che Flaubert ne rimane apparentemente spettatore. Una sola cosa può fare l'uomo, egli scrive, osservare il reale e descriverne quella minima porzione che a lui è nota. Descrivere, senza trarre conclusioni, senza voler giudicare.

L'arte non potrà, dunque, essere che rappresentazione; l'artista — commenta Sergio Cigada — rappresenterà un mondo, un cosmo ormai orfano del cielo.



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