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LETTURE/ Madame Bovary, un amore orfano del Cielo

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 Isabelle Huppert è Madame Bovary nel film di Claude Chabrol (1991) (Immagine d'archivio)   Isabelle Huppert è Madame Bovary nel film di Claude Chabrol (1991) (Immagine d'archivio)

1857. Nello stesso anno a Parigi furono pubblicate due opere che segnano l'avvento della modernità, Madame Bovary di Gustave Flaubert (1821-1880) e Les fleurs du mal di Charles Baudelaire (1821-1867), i cui autori furono processati per immoralità. In un recente articolo il filosofo francese Olivier Rey, recensendo l'opera filologica, monumentale dell'americano Peter Roger sul romanzo flaubertiano, scrive: "Dopo che il Cosmo finito, gerarchicamente ordinato degli antichi e dei medievali, ha lasciato spazio all'universo senza frontiere e omogeneo della nuova scienza, e si è staccata 'la legge morale dal cielo stellato', ciò che permette di superare la giustapposizione e ridare unità al mondo diviso tra fatti e valori, quel che resta da trovare è il luogo che ridia unità all'esistenza e che viene identificato nel sentimento estetico". 

L'itinerario della poesia di Baudelaire, infatti, nella parabola tra "spleen e ideal", si afferma con questa originale ferita e muove dal desiderio di ritrovare una bellezza che salvi dall'alienazione del mondo. "L'ebrezza dell'Arte — scriveva in Une mort heroiqueè più adatta di qualunque altra a nascondere i terrori dell'abisso", cioè il vuoto del mondo e il vuoto della coscienza (commenta J.P. Richard). 

Anche Flaubert sembra ricercare una novità, diversa dalla "realtà da cui volle sfuggire, ora appesantendosi nella carnalità più greve, ora sublimandosi … nell'annullamento di tutte le religioni e annullandosi nell'agnosticismo panteistico dei moderni" (così si esprimeva nel 1911 il grande Emilio Cecchi). Questa ricerca del Nuovo, se  accomuna i due autori, definisce e determina due percorsi differenti, dei quali quello poetico è molto più fecondo, fino a segnare le grandi avanguardie del Novecento.

Il romanzo, pubblicato a puntate ne La Revue de Paris dal 1° ottobre 1856, fu messo sotto inchiesta per oltraggio alla morale pubblica: in esso, infatti, non si condanna in alcun modo l'adulterio, ma se ne parla liberamente; l'intento di Flaubert era quello di portare alla luce la scarsa educazione sentimentale e sessuale che le donne del suo tempo ricevevano (come poi farà Émile Zola per La Joie de vivre), criticando severamente la lettura di romanzi sentimentali.  

Per scrivere questa storia, Flaubert si ispira a fatti realmente accaduti nella provincia normanna alla giovane Delphine Delamare, del cui suicidio si parlò sui quotidiani locali del 1851. Seguendo il suggerimento degli amici, per sfuggire le fumose spiritualizzazioni dei racconti precedenti compone un'opera realista, secondo i dettami della moda balzachiana. All'indomani del processo il critico Saint-Beuve ne segnalava la novità stilistica, "un'arte che sembra mirare all'impietosa verità dell'esperienza … un'opera interamente impersonale", indirettamente ricalcando così una famosa affermazione dello stesso Flaubert in una lettera del marzo del 1857 alla signorina Leroyer de Chantepie, "l'artista nella sua creazione deve essere come Dio nella Creazione, sì che ovunque lo si senta ma non lo si veda mai"; una lettera in cui poco prima dichiarava "Madame Bovary non ha nulla di vero. E' una storia completamente inventata; non vi ho messo nulla dei miei sentimenti né della mia esistenza. L'illusione (se pur c'è) proviene proprio dall'impersonalità dell'opera".



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