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GIORNALI/ L'Espresso, l'Italia senza fede e l'incontro possibile

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È ancora in grado la fede di determinare questa esperienza in maniera tale che in essa i soggetti umani possano, non mortificare, ma al contrario incrementare la loro ragione e la loro libertà? La fede permette di conoscere più a fondo il reale e di amare più intensamente il mondo? Non porsi questa domanda significherebbe inchiodare, e anche soffocare, la fede a un insieme di "credenze" morali e di richiami etici su quello che "dovrebbero essere" i singoli e le società, e che quasi sempre è determinato dalla mentalità culturale dominante. Con i due estremi di coloro che intendono il cristianesimo come una credenza civile e coloro che lo intendono invece come una mera credenza privata — in questo antitetici ma solidali. 

Non si tratta dunque di difendere "d'ufficio" la fede cristiana dagli attacchi strumentali degli atei, ma di chiedersi che tipo di proposta essa costituisca oggi nella nostra società e nella storia di ciascuno di noi. E questo significa invitare anche gli atei a comprendere con quale "ragione" essi escludano "d'ufficio" la possibilità di un senso della vita e del mondo che sia più grande di loro (cioè più grande rispetto alle strategie del potere economico e politico) e a quale scoperta, a quale novità li abbia condotti la loro libertà. Ma non sarebbe un invito retorico, come di chi sappia già la risposta dell'altro, bensì di qualcosa come un cammino comune, come un dialogo possibile: forse come un incontro.



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COMMENTI
22/02/2015 - Liberta! (Corrado Rizzi)

Nel mio ufficio sono sempre stati esposti in evidenza i simboli della mia fede senza che i miei collaboratori se ne risentissero, così come io non mi risentivo dell'assenza di tali simboli dai loro uffici, popolati esclusivamente da agnostici. E neanche i collaboratori più operativi, tra i quali alcuni erano culturalmente in grado di sostenere, e sostenevano, efficacemente la loro posizione, c'era la preoccupazione per i miei simboli, loro avevano i loro: in genere porno. Ma tutti noi avevamo la libertà di dirci esplicitamente ciò a cui tenevamo. In Italia, per ora, è ancora possibile. Dunque: che senso ha la presa di posizione di questa associazione di atei se non quella di un desiderio di visibilità? Ma si accomodino: noi, i religiosi, cristiani, non abbiamo paura della libertà. Sono piuttosto gli atei che, quando hanno avuto l'occasione di essere al potere, hanno perseguitato le religioni, tutte! Marx e massoni insegnano.