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LETTURE/ A Firenze 1900 studenti rileggono Saba per "ritrovare" l'infanzia

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Ma che strazio sofferto fu, e per quanto
tempo dagli avi tuoi, prima che una
sorgesse, tra le belve, una capanna;
che il suono divenisse ninna-nanna
per il bimbo, parola pel compagno.
Che millenni di strazi, uomo, per una
delle piccole cose che tu prendi,
usi e non guardi; e il cuore non ti trema,
non ti trema la mano […].

Quanto ci è voluto per una di quelle cose banali che prendiamo in mano, quanta storia c'è lì dentro! E noi cosa facciamo di fronte a questa vita «che è tutta un dono» (Canzonetta nuova)? Prendiamo le cose, le usiamo, e non le guardiamo: non ci «trema» la mano, non ci «trema» il cuore. Abbiamo perso «la meraviglia della cosa scoperta per la prima volta» (Storia e cronistoria del Canzoniere, p. 293). Tornare a guardare il mondo come una sorpresa e non come un'ovvietà, ricominciare a esplodere di meraviglia anziché implodere nella noia, è la posta in gioco per chi legge Saba. Ma è indispensabile, da parte nostra, essere davvero semplici: «Per fare, come per comprendere, l'arte, una cosa è, prima di ogni altra, necessaria: avere conservata in noi la nostra infanzia; che tutto il processo della vita tende, d'altra parte, a distruggere. Il poeta è un bambino che si meraviglia delle cose che accadono a lui stesso, diventato adulto» (Scorciatoie, 14, p. 13).

Il «miracolo» della poesia è l'accadere di un «occhio che illumina ove mira» (Dopo la nezza, 3). «Quando la Musa – voglio dire l'ispirazione – ti visita, da ogni cosa che tocchi ti nasce un fiore. E su quel fiore cade una tua lacrima. Una lacrima di gratitudine» (Un'appendice di scorciatoie disperse, 2, p. 887). Sorprendere quella «lacrima di gratitudine» da cui nascono le poesie di Saba rappresenta questa enorme occasione affinché ci tremi il cuore. In mezzo alla normalità di ogni giorno: perché la poesia non è una nobile parentesi in mezzo alle difficoltà della vita, ma un momento in cui scopri che la vita, «la vita di tutti», è diversa da come ti era sembrata: è più bella. 

Come quando «un uomo battuto dal vento, / accecato di neve», vede «l'aprirsi, lungo il muro, di una porta». Cosa gli succede se entra? «La poesia è per Saba quello che sarebbe, per un uomo perduto in un inverno polare, una porta che si apra improvvisamente ad accoglierlo. L'uomo entra, e vi trova "la bontà non morta", la "dolcezza di un caldo angolo". Quando poi, riconfortato, ritorna alla strada, anche la strada è un'altra: "Il tempo al bello si è rimesso, i ghiacci / spezzano mani operose, il celeste / rispunta in cielo e nel suo cuore…"»(Storia e cronistoria del Canzoniere, p. 295).  



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