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LETTURE/ A Firenze 1900 studenti rileggono Saba per "ritrovare" l'infanzia

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I "Colloqui Fiorentini - Nihil Alienum", convegno nazionale annuale di letteratura italiana per le scuole superiori, è giunto alla sua XIV edizione e quest'anno è dedicato al grande poeta Umberto Saba col titolo "Ode la voce che viene dalle cose e dal profondo". In 1.900 fra docenti e studenti da tutte le regioni d'Italia hanno deciso anche quest'anno di partecipare a questo evento di scuola e di cultura che da un quindicennio sta lasciando un segno profondo nella scuola italiana. Al convegno interverranno come relatori il prof. Pietro Gibellini dell'Università Ca' Foscari di Venezia, la prof.ssa Cristina Benussi dell'Università di Trieste, il poeta Davide Rondoni, Gianfranco Lauretano, direttore della rivista letteraria ClanDestino.

«Vi sono angoli del mondo e dell'anima umana che, dopo di aver letto Saba, si vedono con occhi un po' diversi: e questa è per noi la sola prova della vitalità di un'opera d'arte, della sua "necessità"» (Storia e cronistoria del Canzoniere, p. 330). In altri termini: perché vale la pena leggere un libro come Il canzoniere di Umberto Saba? Perché i nostri occhi, che tanto spesso sono distratti, da queste poesie sono aiutati ad aprirsi. 

Prendiamo uno dei primi componimenti di Saba, Meditazione, composto intorno ai vent'anni. Immaginate di osservare dalla finestra una notte stellata: «Sfuma il turchino in un azzurro tutto / stelle. Io siedo alla finestra e guardo. / Guardo e ascolto; però che in questo è tutta / la mia forza: guardare ed ascoltare». Qui sta la forza di un poeta, prima che nella sua capacità di scrivere: nella disponibilità a «guardare ed ascoltare». Ma cosa guarda un poeta, cosa ascolta? «La luna non è nata, nascerà / sul tardi. Sono aperte oggi le molte / finestre delle grandi case folte / d'umile gente». Potrebbe trattarsi di una sera d'estate: sono tante le finestre aperte, siamo in tanti a guardare fuori. Ma forse solo a Saba capita, guardando, di ritrovarsi nel cuore di una verità: «E in me una verità / nasce, dolce a ridirsi, che darà / gioia a chi ascolta, gioia da ogni cosa». Qual è questa «verità»?


Poco invero tu stimi, uomo, le cose.
Il tuo lume, il tuo letto, la tua casa
sembrano poco a te, sembrano cose
da nulla, poi che tu nascevi e già
era il fuoco, la coltre era, la cuna
per dormire, per addormirti il canto.

Ecco la «verità»: noi stimiamo poco le cose, le diamo per scontate, perché le conosciamo già, ce le siamo trovate davanti. Ma è proprio questa scontatezza che lo sguardo di Saba manda in frantumi. Appunto perché queste cose c'erano «già», perché ci precedono, accendono la meraviglia: sono lì per noi. «I fatti preesistono. Noi li scopriamo, vivendoli» (Scorciatoie, 94, p. 45). Non possiamo guardare con superficialità questa casa, questo letto, questo canto, queste parole: ci rendiamo conto di cosa sono? 



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