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DON GIUSSANI/ De Bortoli: ci ha costretti a pensare con la nostra testa

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Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere della Sera (Infophoto)  Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere della Sera (Infophoto)

Al contrario, quella di Giussani è una fede fiera, orgogliosa, scomoda, che non accetta di distogliere lo sguardo dalle miserie e dalle ambiguità della vita quotidiana; può sembrare forse altera, distaccata, ma esprime tutta la gioia dell'incontro, la gioia della fede e della comunione con gli altri. Diceva, infatti, che «Cristo ha risposto alla domanda umana. Perciò hanno un destino comune chi accetta la fede e la vive e chi, non avendo la fede, si annega dentro la domanda, si dispera nella domanda, soffre nella domanda» (p. 47). 

Se quei legami che don Giussani ha reso così fecondi sono durati sessant'anni, vuol dire che erano autentici; gli altri legami, quelli delle ideologie – che io, da studente, ritenevo una costante della storia –, sono scomparsi con il Novecento. I legami di cui don Giussani è stato interprete sono stati più forti delle ideologie che lo hanno combattuto. E questa è una constatazione incontrovertibile. Per questo credo che il seme di don Giussani continui a germogliare. 

Don Giussani ha saputo prevedere la deriva del materialismo, non era ossessionato dall'inseguimento della modernità e dunque ebbe, forse agli occhi di molti, il torto di non farsi sedurre da alcuna moda e nemmeno dall'ansia di non essere inquadrato in un qualche schieramento. È questa la scandalosa diversità di don Giussani, lo si vede dalle sue preferenze, dal fatto che amasse per esempio scrittori molto diversi l'uno dall'altro; ricordo l'amore di don Giussani per Pasolini, ricordo − perché gliene parlai a lungo – l'incontro con Giovanni Testori e che cosa avvenne negli ultimi anni della vita tormentata di Testori grazie al rapporto così forte e fecondo che aveva con don Giussani. 

Insomma, si può essere vicini o distanti dal movimento creato da don Giussani, ma non si può negare che un faro si è acceso in una società di passioni tristi come era quella italiana della seconda metà del Novecento. E questo faro è ancora acceso, nonostante tutto sia cambiato intorno a noi. Questa sorta di eternità del messaggio cristiano come lo ha incarnato don Giussani è qualcosa che deve dare speranza a tutti, anche a coloro che non hanno la fede, perché comunque quella luce l'hanno vista e la vedono. Davvero questo libro è un libro di storia ed è un atto d'amore, la prosecuzione di un rapporto anche personale che Alberto condivide con noi. (…) 

Vorrei concludere con due brevi considerazioni su quella che mi appare come la grande eredità non solo morale, ma anche culturale di don Giussani. Credo che nella sua vita abbia combattuto il divorzio tra la fede e la vita: lo ha combattuto ogni giorno, ogni secondo, soprattutto nella sua attività di insegnante, e lo ha fatto quando questo divorzio appariva del tutto ineluttabile, in anni di ideologie, di violenze gratuite. Ricordava, infatti, che la sua passione educativa nasceva dal desiderio di «mostrare la pertinenza della fede alle esigenze della vita. 



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