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LETTURE/ Manzoni, Gertrude e il "guazzabuglio del cuore umano"

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Un così ampio spazio, nell'economia della storia  dei due protagonisti, permette di dare alle vicende umane la loro profondità. Agli occhi di Manzoni non esiste condizione, vicenda quotidiana, che non sia "il cozzo del Comico col Tragico"; "Tocca — diceva Socrate ad Aristofane — ad un medesimo uomo saper creare una commedia e una tragedia, e … chi è poeta tragico è anche poeta comico".  

Per Manzoni la storia degli uomini è, dunque, attraversata da tale dialettica, non come presupposto logico (quasi fosse una versione ingenua dell'idealismo hegeliano), bensì come tessuto degli accadimenti e dei casi che riguardano gli individui: se la storia è mistero, se l'uomo è mistero, il  suo volto vero è dato dalla lotta per il riconoscimento, dall'accettare la sfida che il limite e il dolore, che il male e la morte, la sfida che il finito porta alla libertà dell'uomo stesso. Qui sta, perciò,  secondo l'autore, la tragedia della Monaca e la sua figura tragica. Se fin dalla descrizione ne mette in risalto potentemente gli aspetti contraddittorii, il bianco del volto e il nero degli occhi, che definiscono altresì il velo e l'abito, ma che sembrano contrapporre il pallore della morte e  l'ambiguità dell'animo, Manzoni svolge sullo sfondo della vicenda storica e di costume della società seicentesca una profonda meditazione sulla presenza del male nella storia degli uomini. L'antica domanda agostiniana, Unde malum?, Da dove proviene il male?, ritorna potente in queste pagine.

Come afferma Salvatore Battaglia, "Per uno scrittore come il Manzoni, che non poteva concepire il mondo degli uomini se non edificato sul principio della responsabilità, anche l'esistenza abietta di Gertrude trovava le ragioni più reali, e perciò più liricamente personali, all'interno della coscienza". 

Questo scavo della coscienza mette in luce la tragedia del personaggio, in cui Manzoni salva sempre lo spazio della libertà individuale e la possibilità di scelta (la necessità di una sua decisione che le si affacciava nella mente, scrive l'autore) che nelle diverse circostanze si apre; gli aggettivi risaltano, in effetti, di Gertrude l'essere "povera, infelice" e solo nella sospensione reticente della storia, davanti alle profferte di Egidio, l'autore introduce l'aggettivo più tragico, "la sventurata  rispose", per cui la giovane diventa totalmente artefice del suo destino.

In tal modo la Monaca rifiuta quella possibilità misteriosa che caratterizza la religione cristiana, "è una strada così fatta che, da qualunque laberinto, da qualunque precipizio, l'uomo capiti ad essa…può, da allora in poi, camminare con sicurezza e di buona voglia e arrivare lietamente a un lieto fine…".



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