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DON GIUSSANI/ Alberoni: è stato un mistico innamorato di Cristo

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Don Luigi Giussani (1922-2005) durante una gita in montagna (Immagine dal web)  Don Luigi Giussani (1922-2005) durante una gita in montagna (Immagine dal web)

Poi diventa movimento, fissandosi delle mete, dei traguardi, dandosi delle regole, ma conservando molto dell'ardore, della fede delle origini. In seguito si fa istituzione, forma, regola, rito, abitudine e in molti casi coloro che vi partecipano compiono gli atti richiesti, perseguono i fini indicati, ma senza più provare l'esperienza vibrante della scoperta, della rivelazione, dell'amore delle origini. E questo processo di "raffreddamento" può continuare fino al punto in cui rimane solo la forma e si è perso totalmente lo spirito. 

Tutti i movimenti corrono questo pericolo. Don Giussani se ne è reso conto immediatamente. Egli ha capito subito che il suo movimento correva il rischio di cristallizzarsi in regole, gerarchie, rituali, sclerotizzandosi in una forma che espelle l'anima, in cui il ruolo assorbe talmente la persona che la rende mondana; e così si perde lo spirito, il fuoco divino delle origini. Vuole che i suoi studenti e gli aderenti a CL vivano la stessa esperienza che egli ha vissuto nel momento in cui si è innamorato di Cristo e che ha trasmesso loro come fede vivente. Contro il pericolo della pietrificazione istituzionale egli lotta per tutta la vita, e fin dall'inizio del movimento, quando si chiamava ancora Gioventù Studentesca. Dirà, infatti, nel 1962: «Si può diventare fedelissimi nell'usare un metodo come formula e tramandarlo, accettarlo, senza che questo metodo continui a essere ispiratore di uno sviluppo: un metodo che non sviluppi una vita è un metodo sepolcrale, è silicizzazione». E ancora: «Si è come fossilizzata l'esperienza originale che ci ha fatto entrare, si è cristallizzata», di conseguenza c'è «la stasi della novità» (pp. 254-255). Proprio per il suo amore totale a Cristo, Dio incarnato, Giussani è profondamente convinto che si debba sempre verificare «che il valore vada bene per il tuo momento esistenziale, quel che tu sei come uomo; non potete dimenticare la vostra carne e le vostre ossa perché siete incarnati» (p. 255). 

Leggendo il libro di Savorana ho avuto la netta impressione che don Giussani abbia passato quasi tutta la sua vita a girare per il movimento nel tentativo di farlo continuamente rinascere, di ridargli lo spirito delle origini, di far sì che in ogni momento la persona ritrovasse il gusto, il sapore, lo stupore di un nuovo inizio, che ritrovasse, che fosse sempre nello «stato nascente». Ci sono pagine chiarissime, a questo riguardo: senza questo ritorno continuo all'origine, dice nel 1977, «la persona non vien su e non vien su la trama di rapporti diversa, cioè l'inizio della società, di una società nuova». «Tanti adulti», insiste Giussani, sono così «perché non vivono nella comunità una umanità nuova e perciò una convivenza umana intera» – una umanità nuova! – «i primi anni il movimento destava "una concezione dell'uomo che adesso non desta più"» (p. 489). È come se lui volesse che ogni volta fosse l'occasione di un nuovo inizio del movimento. Quasi tutti i suoi interventi sono un invito accorato a una ripresa del movimento, che può avvenire solo nell'incontro della persona con Cristo. Egli vuole che il movimento sia in continuazione nascente, che i suoi membri diventino ogni volta un'umanità nuova. D'altra parte, tutti i movimenti rischiano l'inaridimento e durano solo se sanno riaccendere in sé il fuoco delle origini. 



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