BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

LETTURE/ Caproni, quel muro della realtà che solo la carne può "sfondare"

Pubblicazione:

Giorgio Caproni (1912-1990)  Giorgio Caproni (1912-1990)

Quasi quarant'anni fa, nel maggio del 1975, quel Livio Garzanti da pochissimo scomparso colmava un'attesa decennale dando alle stampe uno dei libri cardinali del Novecento poetico italiano, Il muro della terra di Giorgio Caproni.

Attesa decennale perché l'ultimo volume del poeta livornese, il Congedo del viaggiatore cerimonioso & altre prosopopee, datava 1964. Dieci anni e oltre passati ad affondare il cesello in quella ferita dell'essere, in quella cesura tra questo mondo e l'altro, tra l'incertezza mascherata dell'al di qua e la speranza vagamente irragionevole nell'aldilà che dominava quel libro fin dall'inizio, con la sua fotografia del «...l'uomo che di notte, solo/ nel "gelido dicembre",/ spinge il cancello e rientra/ — solo — nei suoi sospiri…» (In una notte d'un gelido 17 dicembre, da Congedo del viaggiatore cerimonioso & altre prosopopee, p. 241). Un uomo, aggiungeva chiarendo il tiro nella poesia successiva, «che se ne va/ e non si volta: che sa/ d'aver più conoscenze/ ormai di là che di qua…» (Senza titolo, 1-4, p. 242). Un uomo e una condizione che ritornano nelle battute iniziali del Muro della terra: «Un uomo solo,/ chiuso nella sua stanza./ Con tutte le sue ragioni./ Tutti i suoi torti./ Solo in una stanza vuota,/ a parlare. Ai morti» (Condizione, da Il muro della terra, p. 287). 

Che cosa resta, si chiede Caproni con sempre più insistenza? Che cosa resta degli anni che passano, del dolore che avanza, del desiderio che giorno dopo giorno sembra irrachitirsi sempre più in un rancore sordo verso sé e verso le cose? «Di noi, testimoni del mondo,/ tutte andranno perdute/ le nostre testimonianze./ Le vere come le false./ La realtà come l'arte» (L'idrometra, 1-5, p. 291). La polvere e nient'altro: ché senza fine tutto è dentro o fuori indifferentemente, e non c'è strada o terra che al fondo resista alla corruzione del tempo. E anche combattere, allora, lottare, inebriarsi di una libertà senza guida abbagliati dalla nostra luce riflessa («Eran costretti, tutti,/ a seguir lui, il solo/ che avesse una lanterna. Ma all'alba,/ tutti, si sono dileguati»All'alba, 1-4 p. 305), tutto — senza un fine, senza un segno qui e ora che del fine sia indicazione sicura — assume i tratti grotteschi di una farsa senza personaggi e senza trama. 

Perché l'amore, perché la guerra, se — vinta la battaglia — ci attende il deserto? «A chi,/ […] annunziare l'esito», quando davanti a noi ci «stanno a guardare/ soltanto i morti, e alle spalle/ la sodaglia del mare?» (L'esito, 17-20, p. 311). Con chi condividere le fatiche, le brame, le gioie coltivate e vissute in un deserto disarmonico che non dà scampo? È una domanda che taglia obliqua tutta la raccolta, fino a trovare il suo culmine negli echi rievocati della guerra partigiana, dove lo scontro di desiderio e distruzione dell'uomo sull'uomo, del fratello sul fratello — ché tutte le guerre, si sa, sono guerre civili — esplode in un vis à vis gelido e sardonico tra due amici messi dal destino su rive opposte. 



  PAG. SUCC. >