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ISIS/ 2. Esiste una difesa contro la distruzione dell'arte?

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Diceva don Luigi Giussani che l'ambito proprio della libertà è la convinzione. Solo avendo nitido nel tuo cuore che cosa hai caro, che cosa senti così caro in te da esserne convinto, tu riuscirai a comprendere il valore della libertà. La libertà è riconoscere le tue dipendenze, ciò da cui dipendi, ciò che ti è così caro da sentirtene dipendente. 

Dunque di fronte alle distruzioni islamiche, che cosa possiamo fare come civiltà? Appunto, anzitutto riconoscere ciò che abbiamo caro, ciò che sostanzia la nostra libertà. Se ci dobbiamo avvicinare al prossimo, e amarlo, e plasmarlo (e possibilmente senza farsi ammazzare), possiamo approssimarci alla sua diversità, alla sua radicale lontananza, anzitutto riconoscendo ciò che forma la nostra civiltà. 

Che cosa forma la nostra civiltà? Per Micromega la libertà di espressione è il principio irrinunciabile e fondativo della nostra civiltà: il diritto all'empietà, alla blasfemia, alla profanazione, all'offesa è il fulcro distintivo della nostra civiltà. Ma è davvero il diritto alla blasfemia, il diritto a irridere, ciò che abbiamo di così caro che non possiamo perdere? Di fronte a chi distrugge un tempio buddista, una moschea o una chiesa cristiana, o un sito neolitico, o un sito archeologico, davvero la nostra civiltà deve saper contrapporre, come suo principale elemento costitutivo, il diritto alla blasfemia? 

Se la nostra civiltà rivendicasse la libertà dell'offesa come suo tratto distintivo, saremmo davvero tanto distanti da coloro che, per offesa, distruggono un tempio romano o abbattono una statua assira o mettono dinamite tra i gradini di un teatro greco? Si tratterebbe soltanto di una differenza d'intensità nella profanazione, ma sempre gesto di profanazione sarebbe. Charlie Hebdo profana Maometto raffigurandolo; i Fratelli musulmani di Alba libica o l'Isis profanano i siti archeologici romani con le ruspe e le mazze. Sebbene la rivista satirica parigina non ammazzasse nessuno, mentre i terroristi hanno familiarità con i coltelli alla gola, è ben chiaro però che non è la libertà di profanazione, di insulto, ciò che ci caratterizza. 

Se abbiamo un'unicità che ci sostanzia, essa è invece proprio la tradizione che da Gesù, dal porgere l'altra guancia, si innalza in San Francesco, quando nel suo Cantico dice che ciò che differenzia l'uomo dalle bestie è che egli perdona, che al male non reagisce con il male, ma con il perdono. Tale è la nostra civiltà. 

Questo vuol dire che non si debba reagire se veniamo sgozzati? Che dobbiamo allargare le mani se l'Isis vuole piantare la sua bandiera sul Colosseo? Tutt'altro. Il perdono non è buonismo né inermità. Il perdono significa discernere. Significa che se loro ingabbiano i nostri soldati e li bruciano vivi in un rogo, noi non reagiamo con l'irragionevolezza di chiudere le moschee, di non costruirle nei nostri territori, di dire ai musulmani che ritornino a casa loro. 



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