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MARIO LUZI/ Ricostruire il frammento, ritrovare l'unità

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Mario Luzi (1914-2005) (infophoto)  Mario Luzi (1914-2005) (infophoto)

E così riscopriamo Mario come cantore della vita quotidiana, del lavoro di tutti i giorni, di quella vita pulsante e attiva che troppo spesso viene considerata come una sorta di non-vita (ovvero i cinque giorni di limbo che distanziano i fine settimana), ma che è intimamente annodata al destino più di quel che si pensa.

In questa linea, è proprio in quell'incontro del 1990, dal titolo eloquente Uomo e Destino: il viaggio di una generazione, un documento eccezionale dove il poeta fiorentino esprime in modo unico questa vocazione della sua poesia: "Il frammento, che è ciò che noi possiamo percepire di questa grande massa di eventi, è un riflesso del tutto. Il frammento è degno di essere amato e considerato in se stesso". E i frammenti sono le innumerevoli sfumature della vita abituale e giornaliera, fatta di eventi dimessi e sublimi; è nell'ottica di questa nuova poetica potremmo dire "del mondo" che si comprende il grande stacco che Luzi compie rispetto alla poesia esiliata e solitaria dell'ultimo secolo, uno stacco che implica la rivalutazione, per l'appunto, del mondo, prima "tenuto a vile per la sua impossibilità a rispondere a un'idea preconcetta". 

Così si delinea il profilo di un poeta che ha il ruolo di aiutare gli uomini a leggere il "codice" con il quale ogni frammento è scritto, un poeta che è innanzitutto uomo e, in quanto tale, deve usare la propria ragione in modo adeguato, riconoscendo che "c'è un conoscere misterioso […]. C'è un mistero che è conoscenza, c'è una conoscenza per mistero; il mistero è un modo di apprendere a cui l'uomo è chiamato non per rassegnazione o per diminuzione di intelligenza, ma per un salto nella procedura del conoscere pari all'incomprensibilità dell'oggetto, riguardo alla norma che la ragione si è data finora". 

Uno stravolgimento della concezione di poeta-vate o dei santoni della cultura che attraversa tutto il novecento e che torna a puntare i riflettori sul ritrovato contatto della poesia con la realtà, realtà che è ben lontana dall'essere considerata come pura materialità. Potremmo descriverlo come un vero e proprio moto amoroso verso la realtà stessa (non è forse lo stesso Luzi ad affermare che "non si dà la parola, l'uso di questa senza amore"?), che viene riassunto con magistrale sintesi nelle parole iniziali di introduzione alla conferenza: "Perché l'essenziale è proprio questo: fare quello che si fa in piena buona fede, cioè aderendo fino in fondo al senso del fare".

Può sembrare ovvio che l'opera di Luzi non è opera di altruismo o carità politica verso gli uomini. L'opera poetica è un avvenimento innanzitutto per il poeta stesso, e quindi lo cambia: "E dal mio lavoro mi sento trasformato io stesso, perché spesso l'opera muta l'autore più di quanto accada il contrario". 



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