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LETTURE/ 1491, la scoperta del cervello

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Studio di Leonardo da Vinci (1452-1519) (Immagine dal web)  Studio di Leonardo da Vinci (1452-1519) (Immagine dal web)

In questo senso, viviamo sempre nel 1491 perché siamo sempre potenzialmente in una vigilia, a patto di allenarci allo stupore. Qualcuno obietterà che è il caso che guida le scoperte, ma non siamo così ingenui da dissentire da Pasteur quando ammetteva che "dans les champs de l'observation le hasard ne favorise que les esprits préparés". Anche Lucrezio il grande — che ci riserva sempre sorprese immaginifiche — ci viene in soccorso con un esempio indelebile. Pensava a quel momento quando in una stanza buia un raggio di luce colpisce il pulviscolo e noi lo vediamo muovere in modo caotico — come se infinite piccole particelle stessero combattendo — dandoci un'immagine del movimento degli atomi che regola tutto ciò che vediamo e tocchiamo. Diceva, sussurrando: "dumtaxat rerum magnarum parva potest res exemplare dare et vestigia notitiai" (per quanto piccole cose offrano la traccia di grandi eventi, Lucr. II DRN 123-124). 

E non lasciamoci ingannare dalla retorica della bellezza come guida per lo scienziato: certo la bellezza dà soddisfazione ma non è affatto vero che serva da guida nella scienza. Nel 1916 Albert Einstein nella prefazione alla sua autobiografia scriveva che "I adhered scrupulously to the precept of that brilliant theoretical physicist, L. Boltzmann, according to whom matters of elegance ought to be left to the tailor and to the cobbler". Noi siamo piuttosto guidati dalla realtà, che non è necessariamente bella, anche se bello può essere il piacere che scaturisce nel comprenderla. E talvolta siamo perfino guidati dai fantasmi: a pochi passi da questa aula, da ragazzo ebbi la fortuna di sentire dalla sua viva voce le parole di un grande della filosofia del novecento, Karl Popper, dire che un uomo che fa ricerca è come un individuo vestito di nero che cerca un cappello tutto nero in una stanza buia che non sa nemmeno se è lì. Se lo fa, se continuiamo a farlo, è evidente che occorre includere la speranza o meglio le ragioni delle nostra speranza nel metodo scientifico. 

Questo caso specifico solleva però la questione generale di come si valuta il successo di un'impresa di ricerca. La domanda sembra banale, ma non lo è affatto. Prendiamo ad esempio un'altra impresa colossale avvenuta in tempi recenti: la mappatura completa del genoma umano, certamente uno dei punti di svolta della nostra specie, una sorta di autocoscienza materiale che ci mette addirittura nella posizione di alterare l'architettura del nostro organismo al posto della natura. Quando si è trattato di valutare i benefici della mappatura sul genoma, le parole di Obama non sono state prive di una certa ambiguità. Il Presidente ha detto: "Ogni dollaro investito nella mappatura del genoma ha generato 140 dollari per la nostra economia, ogni singolo dollaro" (David Jackson, Usa Today). Curioso modo di valutare i benefici scientifici: invece di dirci quali malattie sono state curate ci dice che l'indotto di questa impresa è stato molto vantaggioso sul piano economico. Non stento a crederci. Mi viene in mente quando da ragazzino sentivo i proclami sui benefici della conquista della Luna. Certamente, anche allora ogni dollaro investito ne ha fruttati molti, ma i benefici — che io sappia — sono più o meno confinati nei sistemi di conservazione del cibo con pellicole plastiche e poche altre innovazioni nell'ambito dei materiali. I frutti economici cospicui venivano invece dalle esclusive televisive e dalla vendita di giocattoli e gadget. 



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