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LETTURE/ 1491, la scoperta del cervello

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Studio di Leonardo da Vinci (1452-1519) (Immagine dal web)  Studio di Leonardo da Vinci (1452-1519) (Immagine dal web)

Pubblichiamo, per gentile concessione dell'Autore, la prolusione di Andrea Moro, linguista e prorettore vicario della Scuola Superiore Universitaria IUSS-Pavia, a inaugurazione dell'anno accademico 2014-15.

Di quale vigilia siamo testimoni noi? In questa stessa aula, poche settimane fa, Richard Frackowiak ha illustrato il punto della situazione di uno dei cosiddetti "progetti faro" (Flagship grants) che coinvolge ben 26 Paesi della Ue coordinati in questo caso dal Politecnico di Losanna: la riproduzione di un cervello umano artificiale; valore stimato: 1,19 miliardi di euro; data di consegna: 2023. 

Ci troviamo dunque ancora all'alba di una nuova partenza, solo che le rotte che stiamo cercando non uniscono spazi immensi fuori di noi ma sono interamente contenuti nei pochi centimetri che separano un orecchio dall'altro. E non è tutto; gli Usa entrano nell'agone della conquista rispondendo con la loro "BRAIN Initiative (Brain Research through Advancing Innovative Neurotechnologies" che ha una dotazione di 3 miliardi di dollari. Anche in questo caso, data di consegna: 2023. Per chi ha la mia età sembra di essere tornati ai tempi dei duelli per lo spazio, quando le due superpotenze — così ingenuamente le chiamavamo — si dividevano a colpi di grancassa gli annunci sulle missioni spaziali: la gara verso la scoperta del cervello come lo spazio negli anni 60. Cambiano i duellanti: Eu vs. Usa. 

Cosa cercavano nel 1491? Non terre, ma rotte: non si aspettavano di aggiungere niente di concreto a quello che possedevano; si aspettavano infatti di arrivare più facilmente dove erano già in grado arrivare (in Catai e Nipango, come li chiamavano dai tempi di Marco Polo; Cina e Giappone, cioè). Ma non erano sicuri; erano ragionevolmente sicuri. Si fidavano, cioè delle ipotesi sulla rotondità della terra (che non era certo in dubbio a quei tempi) e, soprattutto delle misure sulla grandezza del pianeta. Le misure erano sbagliate: se fossero state giuste sarebbero morti tutti (Cina e Giappone non erano raggiungibili da quella parte con le agili ma piccole caravelle). La sorte, tuttavia, ricambiò la fiducia di chi non si negò l'esperienza di retro al sol, del mondo senza gente e li fece protagonisti di una scoperta vera: non trovarono una rotta, trovarono una terra (che infatti chiamarono India) che non si aspettavano di trovare. Ma noi, noi siamo davvero all'alba della scoperte rivoluzionarie riguardo al cervello? Dipende in un certo senso anche dalla nostra capacità di accettare i risultati. 

Naturalmente, la caratteristica definitoria di una scoperta è che una vera scoperta non la si conosce prima. Certo anche noi partiamo equipaggiati di una teoria della quale ci fidiamo — sennò non partiremmo — e anche noi partiamo con l'idea di trovare qualcosa ma la nostra pretesa sulla realtà, se non vogliamo andare incontro alla delusione, non deve essere più forte della realtà stessa: dobbiamo essere, anche in questo campo, disposti al giudizio e lontani dal pregiudizio. In altre parole, si parte davvero solo se si è disposti a incontrare il nuovo. In questo senso la scoperta non nasce necessariamente dalla mobilitazione di fondi enormi. Sempre in questa sala all'inaugurazione della nuova sede della Scuola Universitaria, alcuni ricorderanno la lezione di Noam Chomsky il quale disse che "occorre imparare a stupirsi di fatti semplici".  



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