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TOLKIEN/ Continua il fascino di una storia toccata dalla Grazia

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J.R.R. Tolkien (1892-1973) (Immagine dal web)  J.R.R. Tolkien (1892-1973) (Immagine dal web)

Tolkien, in una lettera ad un amico gesuita, padre Robert Murray, scritta poco prima della pubblicazione del suo capolavoro, disse che Il Signore degli Anelli era un'opera — of course — "religiosa e cattolica". Due termini estremamente significativi, molto più delle espressioni "pagana" e "cristiana". Due termini netti e precisi. Religioso significa che attiene a quella dimensione dell'umano che chiede, che cerca, che è assetata di risposte alle questioni fondamentali di sé e della vita: chi siamo, da dove veniamo, chi ha fatto noi e il mondo. Ciò che era prima dell'Incarnazione, il Pre-cristiano, era magari "pagano", ma era soprattutto religioso, ovvero in cerca di un legame, di una relazione col significato della realtà. Il cattolicesimo. Così come Tolkien lo aveva incontrato nella sua Inghilterra — una storia fatta di santi e di martiri, di gloria e di persecuzione — era la risposta alla domanda. Al Mito, parola che racconta di una domanda, corrisponde un Logos, la risposta, il Significato che è entrato nella storia umana. 

Ecco dunque perché l'endiadi "religiosa e cattolica" definisce perfettamente ciò che l'arte di Tolkien ha mostrato. L'arte, la letteratura, non deve infatti "dimostrare nulla", non deve essere ideologica, fatta a tesi. L'arte è mostrare, e Tolkien ha mostrato tutto il fascino di una storia toccata dalla Grazia, dove le qualità e le virtù dei suoi eroi, nonché circostanze precise, come ad esempio il fatto che l'Anello venga distrutto il 25 marzo, il giorno dell'Annunciazione, quando Dio si è fatto uomo, rappresentano qualcosa di più che simboli allegorici. Sono infatti segni, ovvero indicazioni, per comprendere, e per trovare la strada.



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