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LETTURE/ "Dio preserva ogni cosa": Olga Sedakova legge Anna Achmatova

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Anna Achmatova (1889-1966) (Immagine dal web)  Anna Achmatova (1889-1966) (Immagine dal web)

Il testo che presentiamo è un'anticipazione dell'articolo in uscita in questi giorni sul numero 649 (Marzo 2015) di "Studi Cattolici", mensile diretto da Cesare Cavalleri.

Nelle memorie di L.K. Cukovskij si racconta che l'Ach­matova, in risposta a un interlocutore che considerava classica la sua poesia, paragonandola a quella di Puškin, rispondeva definendosi nient'altro che un'autrice di «una manciata di strani versi». Le grandi poesie sono sempre una manciata (come è possibile misurare l'eredità di Orazio, Saffo, Tjutcev o di Baratashvili? O perfino di Blok, che per la lirica ha scritto tantissimo?), e sono sempre singolari. Ciò che definiamo classico possiede proprio questa caratteristica: «il fuoco sotto uno strato di ghiaccio», per usare le parole di Goethe. Solo un lettore superficiale e senza il senso della poesia può non avvertirlo. Si parla di non classico, di imitazione, di accademismo quando questo fuoco non si avverte. Sulla singolarità classica (in altre parole sulla novità o sulla freschezza) l'Achmatova si esprime in modo complesso, poiché non resta in superficie. Non usa metafore eccentriche, similitudini «accese», innovazioni metriche, inaudite forme di composizione. Per i suoi contemporanei, durante i primi del '900, gli anni del più alto modernismo russo, e, successivamente, per gli avanguardisti l'Achmatova era una conservatrice a tutto tondo; il suo stile rispecchiava quello dell'800:

Io sono mite, io sono semplice,
una «Piantagione», uno «Stormo bianco»…

È superfluo dire che questa semplicità inganna: «Dentro lo scrigno c'è un triplice fondo»; «Ma riconosco che ho usato inchiostro simpatico»: è la stessa Achmatova a mettere in guardia il lettore. I più grandi filologi russi hanno tentato di scoperchiare lo scrigno di questa «semplicità» e molti di loro (B. Eichenbaum, V. Vinogradov) vi hanno scovato «i trucchi del mestiere». In altre poesie l'Achmatova puntualizza sul «mestiere sacro»:

Il nostro mestiere sacro
esiste da mille anni.

Per l'Achmatova il termine «conservatore», nel suo significato più banale (che presuppone uno stare alla larga da ciò che è nuovo, un'insensibilità nei confronti di ciò che è nuovo, che implica un salvaguardarsi, un pessimismo storico, e di questo nell'Achmatova non vi è traccia) è invece qualcosa di molto forte, un atto nuovo: un atto artistico, etico e politico. Un atto di preservazione, per difendere ciò che è minacciato, e un atto di cura per ciò che ancora non è preservato. La forza di questo preservare è potente soprattutto negli anni in cui il principale impulso era quello di distruggere tutto «fino alle fondamenta, e poi» ricostruire «il nostro nuovo mondo». Il mondo dell'Achmatova non è «nostro», ma di Dio. Così era sin dai suoi primi libri, dove persino l'innamoramento (una cosa così assolutamente naturale e non ponderata) non risiede nelle mani della protagonista. Lei lo attende, così come si attende una buona notizia:

Tu, erba irrorata di rugiada,
porta una notizia, dona vita alla mia anima,
non per passione, né per svago,
ma per un grande amore terreno.



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